Lottatori di speranza, tra radici lontane e nuovi orizzonti

La nostra expat Claudia Bassanini riflette sugli ostacoli che incontra chi lascia la propria terra natale, collegandoli alle esperienze vissute da diversi dei suoi giovanissimi ex studenti di origine straniera

di Claudia Bassanini*

Sono una privilegiata. L’ho sempre saputo: italiana, europea, con una buona istruzione, con un lavoro stabile. Tuttavia, il trasferimento in Scozia sta facendo vacillare le mie convinzioni. Il Regno Unito mi sta mettendo alla prova in modo inaspettato: sembra che io non sia abbastanza per ambire a vivere tra le erbose colline scozzesi.

Diciamo che la mia situazione attuale è questa: sto tentando a fatica di trasferirmi definitivamente in Scozia, ma la Brexit continua a metterci lo zampino, e ho capito che ne ha diversi a disposizione. Infatti, pur essendo europea, pur avendo un passaporto in regola, pur avendo uno sponsor – ovvero un contratto certo che mi aspetta -, pur avendo superato l’esame di lingua inglese per il visto di lavoro, il trasferimento si sta rivelando una vera impresa nell’impresa. E, come dicevo, sono privilegiata, perché parlo e capisco la lingua in modo adeguato, conosco qualcuno del luogo che garantisce per me, ho uno stipendio assicurato e anche una casa.

In questo periodo di limbo, mi tornano alla memoria tanti miei studenti di origine straniera, che portavano il peso e le speranze del progetto migratorio dei genitori. Mi vengono alla mente le loro famiglie, le difficoltà che ho solo intuito dietro ai loro sguardi, ma che alla fine non ho mai capito fino in fondo. Cerco di paragonare la mia esperienza alla loro, ma comprendo che coincidono ben poco. Io sono una migrante di mezza età, che non fugge da una realtà difficoltosa, che non ripone tutte le proprie speranze in un mondo che ancora non conosce e che non le appartiene per nulla.

A ben vedere, le mie garanzie sono solide, tutto sommato si parla sempre di Europa, non ho figli a cui proporre una vita migliore, il mio non si può certo definire un vero salto nel vuoto. Invece, penso a come si debbano essere sentite quelle persone quando si sono trovate nel momento che sto attraversando io e mi viene un brivido.

Queste mie riflessioni coincidono con un fine settimana difficile, quello in cui a Milano si sono verificati due fatti molto gravi: il brutale assalto alle vetrine del centro città, da parte di ragazzi e ragazzini apparentemente spinti dal solo desiderio di possedere status symbol come capi d’abbigliamento e smartphone; e un’azione di guerriglia metropolitana, animata anch’essa da giovanissimi e motivata dalle difficoltà per il caro-vita milanese e dall’impossibilità da parte dei ragazzini stessi di migliorare la loro vita con le carte che hanno a disposizione.

I quotidiani, di ispirazione diversa, si sono trovati bene o male tutti d’accordo nel riconoscere che molti dei partecipanti erano adolescenti di origine straniera, di seconda e terza generazione. Devo ammettere che guardando i video e leggendo alcuni stralci di giornale sono rimasta molto scossa, perché tra quei ragazzi mi sembrava di poter intravedere alcuni miei studenti.

Perché? Perché quando Marlon è arrivato in Italia dal Salvador, a tredici anni, non era scolarizzato e non riusciva a rispettare le regole scolastiche. Passato alle superiori, ci ha messo un paio di mesi prima di andare a ingrossare il numero delle dispersioni scolastiche. Invece, quando Kevin, quindicenne cingalese, ha capito che prendere una laurea in medicina avrebbe richiesto non solo grande impegno da parte sua, ma anche un’ottima disponibilità economica da parte della sua famiglia, ha ripiegato su una scuola professionale per trovare un lavoro velocemente. Una scelta che, seppur drammaticamente pragmatica, ha tradito il sogno che aveva determinato la migrazione della sua famiglia.

Sicuramente tra i facinorosi non era presente Zainab, una ragazza arrivata a dodici anni dall’Egitto, che ha visto naufragare il sogno di diventare un’infermiera perché avrebbe dovuto curare inevitabilmente anche pazienti maschi. Il padre non l’avrebbe mai permesso, quindi, lei, non riuscendo a immaginarsi un’altra prospettiva, si è sposata ed è diventata una giovanissima mamma. Chissà, forse anche lei avrebbe qualcosa da dire sulla sua esperienza migratoria.

Questi ragazzi sono stati traditi due volte: dal loro Paese d’origine – per le condizioni economico-sociali che obbligano alla fuga – e da quello di approdo – per quel sostegno che avevano immaginato ma che è mancato. Sono ragazzi stranieri arrivati qui con un sogno ereditato dai genitori, ma anche con la responsabilità di realizzarlo. Col tempo, però, non solo hanno visto fallire la scommessa familiare, ma spesso si sono ritrovati a vivere situazioni che pensavano di essersi lasciati alle spalle definitivamente.

Traccio un confronto con quello che sta succedendo a me e con le condizioni che la mia migrazione mi obbliga ad affrontare: ogni vaga poesia migratoria svanisce di fronte alla pragmaticità britannica. Tutti i sogni e le speranze vengono passati al setaccio di un gelido realismo ex ante. Forse per questo a quelle latitudini si fa una gran fatica a trovare personale di servizio, come mi hanno raccontato alcuni scozzesi durante la mia breve vacanza da loro. Eppure, non posso pensare che debba essere tutto così: o bianco o nero.

Penso a chi ce l’ha fatta, pur con tutte le difficoltà, pur con tutte le incongruenze del sistema italiano. Mi vengono in mente subito Amal e Nur. Amal, figlia di immigrati egiziani, si è inserita nel sistema scolastico italiano e lo ha scalato tutto fino ad arrivare alla laurea in medicina. Nur, invece, di origini marocchine, si è laureata in Economia e adesso ha un lavoro fisso e ha aperto anche il mutuo per la casa. Qual è la differenza con gli altri ragazzi?

Sicuramente una determinazione personale che le ha aiutate, di certo congiunture fortunate che fanno sempre gioco, ma penso anche la disponibilità dei genitori a capire il sistema scolastico italiano, a camminargli accanto e ad assecondarlo, cercando di capire come integrarlo, come migliorarlo all’occorrenza e come utilizzarlo per aiutare le figlie a realizzare i propri sogni. Non hanno rinunciato alla propria cultura e non hanno osteggiato quella italiana. Le hanno integrate, generando soluzioni sicuramente efficaci ed evidentemente virtuose. Conoscere ed essere conosciuti, comprendere ed essere compresi: una bella scuola di vita.

Rifletto sul loro esempio e mi viene in mente la definizione di migranti che ha dato tempo fa Papa Francesco: lottatori di speranza. Credo davvero che sia così: le migrazioni possono fare bene a chi le fa e a chi le riceve. Tuttavia, non si può pensare di poter abitare un luogo “altro” continuando a restare immutati.

Bisogna appunto ibridarsi, essere disponibili a diventare un’altra persona che sia la somma – e non la sottrazione – di quello che eravamo prima e di quello che poco per volta diventeremo. Solo in questo modo la migrazione può diventare generativa e risulta una scommessa vinta da tutti quelli che ne prendono parte.
Anche ora che sto per andare a vivere tra le colline scozzesi, senza saperlo, i miei ragazzi, ad anni di distanza, continuano a farmi riflettere sulla vita in modi inaspettati.

*Chi è l’autrice

Claudia Bassanini è stata un’insegnante con una ventennale esperienza in scuole ad alta complessità. Il suo approccio educativo si è incentrato sulla crescita personale e sulla valorizzazione delle capacità individuali, con il pieno coinvolgimento delle famiglie dei propri allievi. Da qualche tempo ha intrapreso una nuova strada personale e professionale altrove: ha scelto People are People per raccontarla.

SEGUI LA DIRETTA DI: