Dal catalogo al dialogo: il nuovo welfare aziendale secondo Epassi

Durante "Step Up", l'evento organizzato da Epassi Italia nello spazio Step di Milano lo scorso 14 ottobre, si è parlato dell'importanza di colmare la distanza tra imprese e persone realizzando piani di welfare davvero tagliati ad hoc sui bisogni reali delle persone anche con l'aiuto dell'AI

Il welfare aziendale non può più permettersi di essere un catalogo di benefit, ma deve trasformarsi in un dialogo vivo e concreto tra l’azienda che lo eroga e le persone che ne fruiscono. Si può riassumere così il “passo in più” compiuto da Epassi Italia, presentato in anteprima lo scorso 14 ottobre allo Spazio STEP di Milano, durante un evento concepito come una sorta di brain storming in nome del futuro del benessere nel mondo del lavoro.

“Step Up” è stato quindi il nome dato al pomeriggio nello spazio di piazza Olivetti, condotto dagli attori Beppe Salmetti e Riccardo Poli, e moderato dalla Ceo di Epassi Italia, Paola Blundo. Sullo sfondo è rimasto il lancio della nuova app Eppy, ma per il resto al centro del pomeriggio è rimasta la questione più generale stimolata dalla ricerca “Il Grande Gap” condotta dalla società in otto Paesi europei, Italia compresa, che si prefiggeva di rispondere alla seguente domanda: perché, nonostante gli investimenti delle aziende, una parte consistente dei lavoratori continua a non utilizzare pienamente i servizi di welfare disponibili?

Condotta in collaborazione con Pole Star Advisory e i ricercatori della Aalto University School of Business, la ricerca ha coinvolto 8.000 lavoratori e 3.147 tra dirigenti, decisori aziendali e responsabili HR. Tra i dati che ci riguardano più direttamente, spicca la presenza del nostro Paese in testa alla classifica della digitalizzazione del welfare. Da noi, sostiene l’indagine, i datori di lavoro italiani che utilizzano una piattaforma dedicata alla gestione dei benefit sono infatti il 45%, contro la media del 27% negli otto Paesi esaminati. Sotto di noi ci sono Finlandia e Svezia, entrambe al 31%, mentre la Germania chiude la graduatoria con il 13%.

Il primato tecnologico, tuttavia, non coincide necessariamente con un utilizzo pieno dei servizi. Secondo la ricerca, quasi tre lavoratori italiani su dieci, pari al 29%, dichiarano di non aver sfruttato tutti i benefit disponibili nell’ultimo anno. Una distanza che mette in evidenza come la semplice disponibilità di una piattaforma digitale non sia sufficiente a garantire un’esperienza efficace.

Di questo aspetto sembrano esserne consapevoli anche le aziende: “Il Grande Gap” parla di un 25% che indica tra le principali priorità la necessità di comunicare più chiaramente quali benefit siano disponibili e come utilizzarli. Soltanto il 51% dei datori di lavoro, inoltre, afferma di utilizzare efficacemente dati e analisi per valutare l’impatto delle politiche di welfare.

È in questo contesto che acquista importanza il ruolo dell’intelligenza artificiale. Il 66% dei datori di lavoro ritiene che possa contribuire a ridurre significativamente le attività amministrative e a facilitare l’orientamento dei dipendenti tra i servizi disponibili. Le aspettative riguardano anche il benessere personale e la crescente attenzione alla salute: da noi l’impatto positivo sul wellbeing grazie alla presenza dell’AI supera ampiamente la media europea, mentre arriva al 30% la quota di italiani che considera importanti i programmi di supporto alla salute mentale e un punto in meno quelli destinati al benessere fisico.

Sui principali risultati contenuti nella ricerca si sono confrontati, in due diversi panel, Emmanuele Massagli, Presidente di AIWA – Associazione Italiana Welfare Aziendale, Sara Lena della Fondazione Censis, Alberto Perfumo del Board di Epassi Italia, Donatella de Vita, Head of Welfare, Engagement and D&I Programmes di Pirelli, l’HR Consultant e Business Coach Ethel Brezzo e la coach e co-founder di A-Line Elisa Martelli, accanto agli speech di Silvia Zanella, manager, autrice e giornalista, e di Isabella Castiglioni, docente dell’Università di Milano-Bicocca.

La scelta di coinvolgere competenze differenti rifletteva la volontà degli organizzatori di affrontare il welfare non soltanto come una componente della retribuzione, ma come uno strumento di relazione, ascolto e valorizzazione delle persone. In proposito ha infatti detto proprio Paola Blundo: «Per questo usiamo tecnologia, dati e intelligenza artificiale non solo per semplificare la transazione, ma anche per supportare le persone nell’educazione e nell’orientamento, lungo le direttrici che contano davvero: famiglia, salute e benessere».

Il cambiamento illustrato dalla Ceo prende forma nel concetto Every Need, Every Size, che sintetizza l’ambizione della realtà provider di servizi welfare (al debutto nel mercato dei buoni pasto) di offrire soluzioni adatte tanto alle piccole e medie imprese quanto alle organizzazioni più grandi, partendo dai reali bisogni delle persone che abitano le une e le altre.

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