L’AI aumenta la produttività, ma non alleggerisce il lavoro

Secondo il Business Facts Index 2026 di Factorial l'effetto dell'uso dell'AI è l'aumento della frammentazione tecnologica nelle aziende con conseguenze rilevanti sulle scelte strategiche di fondo e ripercussioni sul lavoro dei team

Software scollegati, attività duplicate e tempo sottratto alle decisioni strategiche: sono questi i principali elementi della frammentazione tecnologica in atto nelle imprese per effetto dell’utilizzo sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale, considerato oggi uno dei principali ostacoli alla produttività. A sollevare il problema ci ha pensato il “Factorial Business Facts Index 2026”, presentato a Milano durante il Factorial Summit.

Il report parla di un 64,5% di decision maker italiani che lancia un SOS sull’aumento delle aspettative di performance dei team generato dall’AI, contro un 34,2% appena che invece ha riscontrato una riduzione del carico di lavoro.

Realizzata da Dynata nell’agosto 2026 con metodologia CAWI, l’indagine presentata alla kermesse dell’azienda nata a Barcellona 10 anni fa e oggi presente in 90 Paesi, ha coinvolto 3.760 business leader e decision maker di aziende con almeno 50 dipendenti in Italia, Spagna, Germania, Francia e Portogallo. Il campione, composto da circa 750 intervistati per mercato, comprende senior manager, dirigenti di vertice e responsabili operativi. I risultati sono stati ponderati per dimensione aziendale sulla base dei dati Eurostat e integrati con informazioni anonimizzate sull’utilizzo della piattaforma Factorial.

Tra i risultati riguardanti il nostro Paese, si parla di un 44,3% di aziende che utilizza almeno due software che svolgono sostanzialmente la stessa funzione, mentre il 63,8% dei manager ritiene che il continuo passaggio da un’applicazione all’altra penalizzi il lavoro strategico.

La frammentazione si traduce quindi in attività ripetitive, informazioni da recuperare presso altri dipartimenti, dati discordanti da riconciliare e operazioni duplicate. Un insieme di inefficienze che assorbe tempo e risorse, limitando i benefici che l’intelligenza artificiale potrebbe generare.

Secondo le stime di Factorial, il costo annuo del tempo perso dai manager a causa di queste disconnessioni raggiunge i 343.731 euro in un’azienda italiana di 1.000 dipendenti e gli 85.933 euro in un’organizzazione da 250 persone. Non sorprende, quindi, che il 76,7% dei leader italiani ritenga che la propria impresa potrebbe funzionare meglio con un numero inferiore di strumenti software, maggiormente centralizzati.

Nicola Laganà

«L’AI può rendere più veloci molte attività individuali, ma la produttività è un risultato organizzativo, non individuale», osserva Nicola Laganà, Vicepresidente Marketing di Factorial. Secondo il manager, quando l’intelligenza artificiale rimane scollegata dai sistemi e dai processi aziendali, rischia di aumentare le aspettative senza semplificare concretamente il lavoro.

Il divario tra adozione e integrazione emerge anche a livello europeo. Soltanto il 9,5% delle aziende dichiara che l’intelligenza artificiale è pienamente integrata nella maggior parte dei processi, mentre appena il 18,5% dei leader afferma che almeno sei dipendenti su dieci utilizzano le funzionalità AI dei software aziendali per pianificare attività, analizzare dati, elaborare report o prendere decisioni.

Anche la fiducia nei nuovi strumenti dipende dal loro inserimento nell’organizzazione. Per il 23% degli intervistati, il fattore che potrebbe accrescere maggiormente la fiducia negli agenti AI è l’integrazione nei software già utilizzati e considerati affidabili, seguito dalla possibilità di mantenere una supervisione umana sulle decisioni importanti, indicata dal 22,3%.

«La sfida non è avere più AI, ma integrarla nel modo in cui le aziende lavorano», sottolinea ancora Laganà, richiamando la necessità di collegare persone, informazioni e processi per liberare tempo da destinare alle attività a maggiore valore aggiunto.

Per maggiori informazioni sul report, cliccare qui.

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