Sbagliare al lavoro e allenarsi a dirlo, una competenza che fa bene a te e agli altri

Sbagliare è umano, perseverare (nella ruminazione e nell'autoflagellazione) è diabolico. Lo scrive Gaia Elisa Rossi spiegando perché riconoscere gli errori inevitabili mentre si lavora ha effetti positivi non solo sull'autore dell'errore, ma su tutto il team

di Gaia Elisa Rossi*

C’è un momento preciso, dopo un errore professionale, in cui la mente si mette in moto in una direzione sola. Ripercorre quello che è successo, lo amplifica, lo trasforma in prova di qualcosa di più grande: di essere inadeguati, di non essere all’altezza, di aver compromesso qualcosa di irrecuperabile. È un meccanismo automatico, non ne siamo consapevoli. E la nostra visione della realtà è quasi sempre sbilanciata verso qualcosa di esagerato.

Sbagliare al lavoro fa parte del lavoro. Eppure la maggior parte delle persone non ha mai imparato cosa fare concretamente dopo un errore: come elaborarlo, come uscirne, come evitare che diventi un peso che si trascina avanti per settimane o mesi.

La prima cosa che succede quando si commette un errore professionale è che il cervello tende a catastrofizzare. La risposta fisiologica che si attiva è simile a quella di una minaccia reale: tensione, pensieri accelerati, difficoltà a ragionare con lucidità. In quello stato, è quasi impossibile valutare l’errore in modo accurato. Si tende a ingrandirlo, a generalizzarlo, a trasformarlo in una sentenza sul proprio valore personale invece che su una singola azione. Quello che era un episodio circoscritto diventa, nella mente, la conferma di un problema più profondo; ci identifichiamo con il nostro errore.

Sbagliare non è il problema. Il problema è non sapere cosa farne. Tuttavia, la buona notizia è che quella è una competenza che si può imparare.
Un primo passo utile è tentare di osservare l’errore dall’esterno, cercando di inserirlo nel suo contesto. L’obiettivo non è minimizzarlo o giustificarlo, ma esaminarlo con la stessa freddezza che si userebbe per valutare se la situazione accadesse a uno sconosciuto.

Tre domande aiutano in questo: cosa stavo cercando di fare? Cosa è successo effettivamente? È possibile rimediare o correggere la rotta? Rispondere a queste domande, anche in poche righe per iscritto, sposta l’attenzione dal giudizio su se stessi all’analisi della situazione. È una differenza sottile, ma cambia completamente il tipo di elaborazione che si riesce a fare. Scrivere su carta, in particolare, aiuta a rallentare i nostri pensieri e a dare loro una forma più gestibile.

La seconda trappola, dopo la catastrofizzazione, è la ruminazione. Si rimane fermi sull’errore, a ripercorrerlo in loop, senza che questo processo produca nulla di utile. C’è una differenza importante tra riflettere su un errore e rimuginarlo. La riflessione porta da qualche parte: identifica cosa non ha funzionato, cosa si potrebbe fare diversamente, cosa si può imparare. La ruminazione, invece, gira su se stessa. Ripete gli stessi pensieri senza aggiungere informazioni nuove, consuma le nostre energie, aumenta emozioni negative come il senso di colpa e non offre vie d’uscita.

Un modo per distaccarsi dalla ruminazione non è tanto smettere di pensare all’errore, quanto spostare l’attenzione su un’azione concreta che si può fare nel qui ed ora. In questo modo ci si prova a spostare da quanto si è sbagliato a come ci si può muovere. Questa capacità di riconoscere che la direzione precedente non funzionava e trovarne un’altra è una delle competenze più sottovalutate nel mondo del lavoro. Significa allenarsi all’adattamento, e richiede di accettare che l’errore sia già avvenuto, che non si possa cambiare il passato, e che l’unica variabile su cui si ha ancora controllo sia il passo successivo.

C’è poi una dimensione relazionale degli errori che spesso viene ignorata: quella della condivisione. La tendenza comune, dopo un fallimento professionale, è nasconderlo: si ha paura del giudizio, si prova vergogna, timore di sembrare meno competenti. Ma la ricerca mostra qualcosa di controintuitivo: le persone che condividono i propri errori, con misura e nel contesto giusto, tendono a essere percepite come più affidabili, non meno. La vulnerabilità crea connessione. Normalizza qualcosa che tutti vivono, ma che pochi ammettono apertamente e alleggerisce un peso che, portato solo sulla proprie spalle, diventa spesso più grande di quanto meriti.

Questo concetto può anche essere spostato sull’intero gruppo di lavoro. I contesti lavorativi in cui le persone si sentono abbastanza sicure da ammettere un errore senza temere conseguenze punitive sono anche quelli in cui gli errori vengono corretti prima, le informazioni circolano meglio e si impara più in fretta. Il silenzio rispetto agli errori, invece, li nasconde fino a quando questi diventano più grandi e più costosi da gestire.

Un’ultima cosa, forse la più complessa: distinguere l’errore dalla propria identità. Un progetto andato male non è la prova di essere una persona inadeguata. Una presentazione disastrosa non definisce il valore professionale di nessuno. Una decisione sbagliata non cancella le decisioni giuste. Il cervello, in stato di allarme, tende a fare questi salti logici in modo automatico. Riconoscerli come tali – come distorsioni cognitive, non come fatti reali – è il primo passo per non lasciarli sedimentare e trasformarsi in convinzioni più durature su se stessi.

*Chi è l’autrice

Gaia Elisa Rossi è una psicologa clinica specializzata nella psicologia della performance. Appassionata di prestigiazione fin da bambina, ha calcato palcoscenici internazionali arrivando in finale ai campionati mondiali di magia. L’esperienza nel mondo dello spettacolo arricchisce la sua pratica clinica permettendole di comprendere e supportare al meglio i pazienti nelle situazioni ad alto stress, offrendo un approccio che bilancia concretezza e profondità. È inoltre attiva in progetti che intrecciano psicologia e magia, per il pubblico italiano e internazionale.

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