“Piena occupazione”: cinque idee per il lavoro che cambia

Oltre 24 milioni di occupati non significano automaticamente un lavoro migliore. Nel suo nuovo libro “Piena occupazione”, Alessandro Rimassa analizza il nuovo scenario del mercato del lavoro italiano e propone cinque soluzioni per affrontare la scarsità di persone, aumentare produttività e costruire un rapporto diverso tra aziende e lavoratori.

Alessandro Rimassa

Oltre venti anni fa Alessandro Rimassa si è fatto conoscere per il suo libro sulla “Generazione mille euro”: ai tempi il posto fisso era un miraggio e, soprattutto per i giovani, il precariato sembrava l’unico orizzonte possibile. A distanza di una generazione, il presente ci racconta qualcosa di completamente diverso. Almeno all’apparenza. In primo luogo, in Italia non ci sono mai stati così tanti occupati, pari a oltre 24 milioni, con una disoccupazione scesa a poco più del 5%. Gli economisti parlano addirittura di “piena occupazione tecnica”. A citare questi dati è lo stesso Rimassa, di nuovo in libreria con un testo che prende spunto proprio dal fenomeno del momento. Edito da Egea, il suo libro si intitola proprio “Piena occupazione – Cinque proposte concrete per quello che manca al lavoro”.

Secondo Rimassa, il record apparente che contraddistingue l’oggi è da attribuirsi non alla crescita economica, bensì alla riduzione consistente della popolazione attiva. La trasformazione in atto oggi è frutto del passaggio dal talent shortage al people shortage. Detto in altri termini, oggi non mancano solo le competenze giuste, ma proprio le persone. Rimassa precisa ancora: per ogni due persone che usciranno dal mercato ne entrerà una soltanto. Il che significa che imprese e territori stanno attualmente contendendosi una forza lavoro sempre più esigua. Connesso al fenomeno, si verifica anche lo spostamento del potere contrattuale a favore delle persone occupabili. Il che potrebbe sembrare positivo anche per gli ingressi di forza lavoro nuova, se non fosse che in Italia permangono le consuete fragilità di sistema, dal divario di genere, allo scollamento tra formazione e imprese, fino alla mobilità interna dei potenziali lavoratori in cerca di occupazione frenata da costi alti degli alloggi e dalla carenza di servizi.

La scarsità demografica, secondo l’autore, non è solo un problema italiano, mentre tipicamente nazionali sono la piccolezza della stragrande maggioranza delle imprese e i conseguenti bassi investimenti in tecnologie, formazione e organizzazione interna.

Detto più apertamente, secondo Rimassa nel nostro Paese finiscono per abbondare i “working poor”, ossia persone potenzialmente occupate, ma retribuite in maniera inadeguata al punto da non poter condurre una vita dignitosa, anche per la già citata carenza di servizi, cuneo fiscale e costri della casa alle stelle. Come si spezza un circuito così negativo? Nel libro, l’autore avanza cinque possibili proposte.

In primo luogo, occorrerebbe detassare gli utili incrementali delle imprese che si aggregano, in maniera da favorire fusioni capaci di aumentarne dimensione e produttività. Unirsi diventerebbe così conveniente prima ancora che si manifestino tutte le sinergie industriali, mentre decontribuzioni sui nuovi assunti potrebbero premiare le aggregazioni che crescono senza tagliare occupazione.

La seconda proposta suggerisce di inserire in bilancio i costi di formazione e riqualificazione come veri e propri investimenti patrimoniali, non come spese operative. Questo tipo di scelta permetterebbe infatti di favorire il reskilling e l’upskilling puntando su programmi pluriennali di più ampio respiro.

Le ultime tre proposte si soffermano sulla questione del reddito e del patto generazionale. Innanzitutto, sarebbe più utile liquidare il TFR mese per mese, con un regime fiscale il più possibile agevolato se non nullo. Poi sarebbe importante incentivare forme di welfare housing per venire in aiuto di chi ha il problema dell’alloggio e al contempo permettere alle aziende di sostenerne, almeno in parte, i costi. Terzo aspetto: il prelievo pensionistico per gli under 35 andrebbe di molto ridotto o modulato diversamente in maniera da venire incontro ai bisogni di una generazione diversamente oggi chiamata a finanziare un sistema dal quale probabilmente saranno pressoché esclusi.

Oltre alle misure di legge, Rimassa allarga tuttavia il discorso alla necessità che le aziende abbiano una visione d’insieme più ampia. In un mercato del lavoro come l’attuale, depauperato dalla riserva di esseri umani impiegabili, la retention rischia di diventare una parola tossica.

Secondo l’autore, è invece centrale puntare sulla parola “attrazione”, rendendola continua: l’azienda dovrebbe in sostanza meritarsi la presenza di chi lavora ogni lunedì mattina, diventando partner del suo progetto di vita.

Per l’autore del libro è questa “l’azienda olivettiana 2.0”, ossia un’organizzazione che riduce gli attriti della quotidianità, investe nella crescita, ascolta bisogni e aspirazioni e mette benessere e produttività dentro la stessa equazione.

A un’evoluzione di questo genere dovrà però corrispondere anche un cambiamento nei lavoratori. Per Rimassa l’“azionista di sé” non aspetta che un capo o la funzione HR decidano il suo futuro: sarà invece lui a governare competenze, tempo ed employability come un patrimonio, investendo nel proprio aggiornamento e misurando la stabilità non sulla durata di un contratto, bensì sulla capacità di generare valore. Attenzione, però: una prospettiva del genere non è un invito a destrutturare ulteriormente il mercato del lavoro verso un mondo di soli freelance. L’autore ipotizza infatti un’impresa più partecipativa, fatta di autonomia e responsabilità insieme, unite alla co-determinazione, alla condivisione degli utili e a un rapporto meno gerarchico tra capitale e lavoro.

In uno scenario del genere, va quasi da sé che anche l’AI non è più un nemico cancella-lavoratori, bensì un prezioso antidoto alla scarsità di persone e alla produttività stagnante. Per Rimassa, al centro del palcoscenico resteranno infatti le persone, con la loro capacità di giudizio, relazionale e creativa. Il passaggio decisivo sarà insomma dallo human-in-the-loop, che sorveglia passivamente la macchina, allo human-in-the-lead.

La tesi di Rimassa è quindi che l’attuale record di occupati non è da considerarsi come un traguardo, bensì come una nuova linea di partenza per riscrivere produttività, salari, welfare, formazione e rapporto con la tecnologia. Più nel dettaglio, precisa infatti: «Se la piena occupazione ci ha restituito la libertà di scegliere il nostro lavoro, l’AI ci renderà finalmente artefici della nostra esistenza».

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