Da Ferrara a Torino, arriva nei teatri d’Italia lo show “Mi ‘AI’ rubato il lavoro?”
L'ingegnere umanista Walter Riviera ripercorre per noi le origini del suo spettacolo dedicato all'impatto dell'intelligenza artificiale sulle attività umane, con sguardo critico e ironico insieme. Prima tappa del tour di dieci date il 30 settembre
di Walter Riviera*

Chiamatemi illuso, ma vincolare il potere dell’intelligenza artificiale alla sola produttività mi sembra uno spreco di opportunità. Con l’AI ci si può cambiare il mondo, ma servono persone disposte a ragionare oltre le KPI, per la società prima ancora che per il singolo risultato. Prima le persone, poi la tecnologia: e le persone senza gli strumenti per capirla sono, credo, come fiori senza acqua.
Lo dico perché forse, per anni, ho fatto anche io parte del problema: fino al 2025 ho lavorato in una big Corp tecnologica dove ho coordinato a livello tecnico i progetti AI di Europa, Medioriente ed Africa. In ambienti come quelli, le KPI e gli obiettivi erano e restano i punti di partenza di ogni anno, team e divisione. Ho passato altrettanti anni a insegnare alle aziende come adottarla e usarla, senza chiedermi abbastanza spesso cosa significasse per chi, quella tecnologia, la subisce senza averla mai potuta studiare.
È una domanda a cui ho iniziato a dare peso solo con il tempo, ed è quella che oggi porto avanti come ambizione: accrescere la consapevolezza delle persone sull’AI, non perché manchi loro accesso alla formazione (quello è un problema che si risolve con più risorse), ma perché credo che le domande più importanti che questa tecnologia solleva non dipendano dal ruolo che si ricopre. Riguardano il fornaio quanto il CEO, il tecnico quanto il board: sono tutti in balia della narrativa che oggi fa apparire tutto come magico e possibile e domani come catastrofico perché ogni lavoro sulla faccia della terra è a rischio.
È una convinzione che con il tempo è diventata anche una responsabilità che sento mia: chi ha la competenza tecnica di comprendere i messaggi nascosti dietro il clamore delle notizie, è eticamente e moralmente responsabile di come la propria materia viene percepita.
L’ambizione non è quella di formare futuri ingegneri informatici, bensì quella di accrescere la consapevolezza tra le persone al di là dei ruoli.
Perciò, dopo essermi licenziato da Intel per stare più vicino alla mia famiglia in un momento delicato, ho deciso di dare vita a due nuovi progetti: una startup innovativa per soluzioni AI totalmente private ed uno spettacolo per adempiere alla mia missione. Si chiama “Mi ‘AI’ rubato il lavoro?”, ed è il primo spettacolo teatrale italiano dedicato all’intelligenza artificiale, in tour in undici città da fine settembre.
IL GAP CHE NESSUNO MISURA
Negli ultimi anni ho passato molto tempo nelle aziende a insegnare come usare l’AI: dai team tecnici ai board, dai data scientist ai decisori strategici. In quelle stanze il livello di competenza tecnica è spesso altissimo. Ma ho notato che sapere come funziona un algoritmo e aver riflettuto su cosa quell’algoritmo significhi per la propria vita sono due cose diverse, e la seconda manca tanto in un board quanto in un magazzino quanto in ambito domestico.
Spesso ci si interroga sulla possibilità o meno che l’AI prenderà dei posti di lavoro a scapito del personale umano senza considerare la complessità che la vita vera rappresenta. Molte di quelle predizioni si basano sulla maturità della tecnologia a livello di funzionalità, ma le persone sono ben più che “esecutori di funzioni per la produttività”.
E’ come confrontare un libro stampato con un e-book: il secondo è più efficiente sotto quasi tutti i punti di vista, trasportabilità, praticità, accessibilità; ma alle persone piace la sensazione di una pagina sfogliata o il profumo della carta stampata e quello non è prevedibile se scaliamo l’esempio all’ambito lavorativo mondiale.
A prescindere da ogni previsione, l’aspetto più critico è la narrativa. Esiste a parer mio un gap tra quanto viene raccontato (e come), da ciò che realmente sono le capacità dei sistemi più avanzati. Non è colpa di nessuno: c’è chi guarda e racconta questa tecnologia con occhio entusiasta e chi lo fa con occhio scettico o impaurito. Tutto legittimo, ma la narrativa acquisisce colori che possono suggerire capacità che non ci sono o proiettare paure infondate tra chi osserva da fuori. Questo gap a mio parere è nocivo ed è una distanza che non ci possiamo permettere.
Volenti o nolenti, l’AI è una tecnologia che non è disposta ad andarsene, anzi, penso sia un bene che ognuno di noi si formi ed abbia la propria opinione critica su ciò che questa rivoluzione porterà. Per esempio, dove tracciamo la nostra privacy? Non parlo a livello collettivo generale, ma nell’ambito domestico. Ci siamo chiesti dove tracciamo la nostra soglia di tolleranza? Quali dati della nostra quotidianità sono, a nostro parere, condivisibili e quali invece ci creerebbero disagio se esposti a terzi?Domande come questa sono soggettive e meritano risposte soggettive, ma penso siano indispensabili per prepararsi al futuro già presente!
È un problema che riguarda anche chi lavora nelle risorse umane più da vicino di quanto sembri: la comprensione diffusa dell’AI non è più un tema “tecnico” da delegare all’IT. È una competenza culturale, e la sua assenza produce resistenza, ansia, o peggio, un’adozione passiva e acritica degli strumenti: entrambe le reazioni sono sintomo dello stesso vuoto informativo.
PERCHE’ UNO SPETTACOLO E NON UN ALTRO CORSO
Corsi di formazione sull’AI ne esistono già moltissimi, e sono necessari. Ma quasi tutti condividono lo stesso limite: insegnano a usare gli strumenti, non a riflettere su cosa quegli strumenti comportino per le persone, dentro e fuori l’azienda.
Il teatro rovescia questa dinamica. Non chiede competenze pregresse, non giudica, e usa l’ironia per abbassare le difese invece di alzarle. Al centro dello show c’è Serafino, storico bidello di una scuola, che scopre di essere stato sostituito da un sistema robotico basato sull’intelligenza artificiale. Attraverso la sua storia il pubblico entra in contatto con temi come il funzionamento reale del machine learning, la privacy dei dati, l’etica degli algoritmi e il futuro del lavoro, senza sentirsi né escluso né giudicato per non saperne abbastanza.
L’obiettivo non è rassicurare né allarmare, ma dare alle persone gli strumenti per formalizzare una propria idea critica. La speranza è quello che persone con una vista più nitida possano scegliere, invece di subire. Chi comprende una tecnologia può discuterne i limiti, chiederne conto, pretendere trasparenza. Chi non la comprende può solo accettarla, o rifiutarla per paura: due facce della stessa impotenza.

PERCHE’ VENIRE A TEATRO?
Lo show è partito come un esercizio di passione nel 2025, quasi un test: pensavo rispondesse a un bisogno reale, e che mi avrebbe permesso di sperimentare questa nuova direzione. L’ho proposto ad alcuni comuni della mia zona, senza grandi aspettative. Le risposte sono state altre da quelle previste. La voce è girata, e in un attimo mi sono ritrovato con un tour di 10 date, senza una struttura né molto tempo per raffinare tutto.
Non è un caso che a portare lo show nei propri territori siano stati finora sia enti civici che associazioni di categoria (Comuni, Confcommercio, Confindustria), realtà molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa intuizione: che la consapevolezza sull’AI non è un tema per addetti ai lavori, ma una responsabilità condivisa.
È una scommessa personale (su cui ho investito il mio TFR), prima che professionale: un tour costruito senza il paracadute di una grande struttura alle spalle, per essere sicuro che il messaggio arrivi per quello che è, senza filtri intermedi. Se fallirà, tornerò a dedicarmi solo alla startup. Ma per quest’anno voglio provarci fino in fondo. A supportarmi dal mondo tecnologico, la cara Intel e Lenovo.
Ho messo insieme una squadra fatta di persone valide prima che di competenze, che crede nell’obiettivo del tour tanto quanto ci credo io. Sono emozionato, perché non so come andrà, ed è la prima volta che mi cimento in una sfida simile. Che vada bene o meno, il punto di partenza resta lo stesso: da tecnico mi sento moralmente responsabile di fornire una versione realistica per permettere a chiunque di accrescere la propria consapevolezza. Non so se potrò dire d’avercela fatta, ma quantomeno ci avrò provato.
*Chi sono

Dal 2025 sono Chief AI Officer di AI Wonder. Il mio lavoro è portare soluzioni private di Intelligenza Artificiale nelle aziende italiane. Tradotto: sono un profilo tecnico che ha scelto il linguaggio della cultura per rendere comprensibile l’AI ai non addetti ai lavori. Ingegnere informatico con dottorato e oltre dieci anni di esperienza sul campo, nella mia vita precedente sono stato Technical Director AI in Intel per Europa, Medioriente e Africa. Autore di diverse pubblicazioni scientifiche e co-autore del libro «L’Algoritmo dell’Uguaglianza», con la prefazione di Liliana Segre, La Repubblica mi ha inserito tra le personalità italiane di riferimento sull’AI. Dopo averlo ideato e scritto, mi sono trasformato anche in attore con il mio spettacolo “Mi AI rubato il lavoro”, in tour in diversi teatri d’Italia, da Nord a Sud.
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