Oltre la strategia: perché raccontare le persone prima dei ruoli
Bucare lo schermo nel rumore di fondo è possibile, ridando umanità e profondità alle storie: la riflessione di Marisandra Lizzi e Francesco Sicchiero, amici e colleghi di Mirandola Comunicazione, la prima agenzia di PR nata in un podere agricolo a Salsomaggiore Terme
di Marisandra Lizzi e Francesco Sicchiero*
Che cosa accade quando chi guida un’azienda comincia a parlare con la voce del proprio ruolo, fino a non riconoscere più la propria? Quando il ruolo diventa una prigione dorata, così comoda e rassicurante da rendere difficile perfino desiderare di uscirne?
È una domanda che ci ha spinto a ripensare il nostro modo di lavorare.
Forse è sempre stato così, ma la velocità che il mercato richiede di essere sempre sul pezzo, la spinta a vincere in una competizione sempre più ardua, a superare sfide sempre sempre più complesse, senza mai una pausa, sembra essersi acuita dall’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi aziendali.
Comunicazione e informazione non sono immuni da queste dinamiche.

Pensiamo a come questa tecnologia generi una parte sempre più ampia dei contenuti che circolano nel mondo attraverso linguaggi e formati sempre più uniformi. Una comunicazione statisticamente corretta, eppure artificiale.
Oggi una comunicazione che racchiude personalizzazione e umanizzazione diventa un asset fondamentale proprio per preservare la propria unicità narrativa: non è più una questione di stile, è una questione di identità e di coerenza tra valori aziendali e valori di chi lavora nelle organizzazioni.
Basterebbe questo per comprendere – in maniera oggettiva – che la comunicazione ha bisogno di una nuova forma di narrazione: più umana, più intenzionale, più consapevole. Una narrazione che parta dalle persone, dalla loro visione, dalla loro voce, dai loro valori e dalla capacità di tradurre ciò in cui credono nel modo in cui agiscono. Una narrativa solida non nasce dalla visibilità, ma dalla qualità delle relazioni che un’organizzazione è in grado di generare, dentro e fuori di sé. Le aziende che sceglieranno di innovare non solo i propri prodotti, ma anche la propria comunicazione, proteggendo e coltivando la propria voce umana, diventeranno più credibili e di ispirazione nell’aumento della complessità che ci attende.
Non è una questione solo di strategia, è una questione di benessere.
Quando la visibilità diventa una condizione necessaria per restare sul mercato, come ci è stato passato, e ogni parola viene levigata fino a sembrare perfetta, si rischia di costruire intorno a sé una prigione dorata.
Quel tipo di comunicazione è come un faro puntato addosso: quando si spegne, la persona torna nell’ombra. La comunicazione dovrebbe invece aiutarla a riconoscere la propria luce e a farla brillare, anche quando nessun faro la illumina. Parole belle ma non sentite, non proprie, portano a un concatenarsi di eventi come la perdita della propria espressività, difficoltà a sviluppare la propria autenticità e sicurezza personale o il dubbio se si venga apprezzati per il ruolo o per chi si è veramente.
Perché le parole, e il leggersi in terza persona, hanno un effetto specchio molto importante.
In questi giorni un progetto italiano, che ha visto dieci comuni unirsi nella Green Community Alta Sabina, è stato selezionato tra i 30 finalisti europei del New European Bauhaus Prize – Boost for Small Municipalities. Nel suo “Atlante per il futuro”, nel contratto territoriale firmato dagli enti, si legge: «L’importanza delle dimensioni di autostima e di autoefficacia nella costruzione di comunità più estese: chi ha buona autostima sente di non dover essere diverso da ciò che è per essere apprezzato. L’autoefficacia, invece, è la percezione di essere in grado di far fronte alle nuove sfide, di adattarsi, di superare le difficoltà. Insieme».
Leggere autostima e autoefficacia in un documento istituzionale fa capire quanto sia necessario lavorare su di sé e quale compito possa avere la comunicazione quando si libera dall’autocelebrazione per ispirare gli altri a tendere al meglio facendo emergere ciò che rende ogni persona autentica e riconoscibile.
Se portiamo la persona a conoscere il suo vero potenziale, a ritrovare il forte perché che l’ha spinta a creare una start-up, un’azienda o una realtà, le diamo la libertà di evitare di utilizzare la maschera esterna che ha inevitabilmente un peso non facile da portare. Se poi si fosse in grado di cogliere i suoi pensieri, il suo tono di voce, la sua postura, allora sì che si può fare una comunicazione che ispiri, che serva a portare luce nel mondo e non una che continui solamente a fare rumore in un mondo già invaso di comunicazione.
E questo cambia tutto, a partire dal modo in cui misuriamo l’efficacia. Non più soltanto in termini quantitativi, like, vanity metrics, conversioni immediate ma nella qualità degli incontri generati, di persone che valeva la pena incontrare, delle relazioni instaurate e durate nel tempo.
Ecco perché abbiamo scelto un cambio di rotta importante.
Prima di avviare o portare avanti un piano strutturato di comunicazione, diretta e/o mediata, riteniamo essenziale conoscere e scrivere la storia delle persone che rappresentano le realtà perché saranno le loro voci, prima ancora di quelle dei brand, a portarne i valori nel mondo.
Ecco perché nel nostro modo di lavorare sono entrati la teatralità, la bioenergetica, la formazione, la scrittura consapevole, l’ascolto profondo il SoulCollage® per aiutare a far fiorire le persone, offrire loro strumenti per chi ha il desiderio di lasciare un’impronta.
Oggi più che mai, in un tempo in cui gran parte dei contenuti è generata da macchine, tornare alla profondità e all’unicità umana è fondamentale. Un brand è fatto di persone e parla a persone. Dietro un qualsiasi ruolo c’è un uomo o una donna con la loro umanità che solo attraverso l’ascolto profondo è possibile cogliere e, al contempo, permette di generare connessioni, angoli di racconto utilizzabili in un lungo periodo sui canali diretti delle persone, su quelli corporate dell’azienda, e anche eventualmente sui media esterni, per rafforzare credibilità, coerenza e risonanza, riportando sensibilità e profondità nel linguaggio.
È quanto accade spesso quando la scrittura nasce da un ascolto profondo. Leggersi permette alle persone di riconoscere meglio se stesse, ma anche di conoscersi in modo nuovo tra loro. Affiorano consonanze prima invisibili, si incontrano mondi apparentemente lontani, prendono forma idee e progetti inattesi.
È ciò che sta accadendo nel percorso avviato con Reconice, azienda italiana che sviluppa tecnologie di riconoscimento vocale per restituire tempo alla cura. I Ritratti Narrativi di Marco Biraghi, Paolo Mosna, Carla Noli e Davide Riboldi stanno rivelando, attraverso quattro storie molto diverse, una trama comune di valori, di approccio al lavoro e di visione dell’innovazione. E quando i ritratti vengono accostati, il risultato non è la semplice somma delle singole storie, ma qualcosa di più ampio, l’identità viva dell’organizzazione e le possibilità future che quella trama comincia a generare.
Sta accadendo anche con PerugIA Next, il progetto nato per mettere in relazione le conoscenze, le esperienze e le persone che, nel territorio umbro, si stanno interrogando sulle trasformazioni portate dai dati e dall’intelligenza artificiale. Attraverso l’ascolto, le interviste e il blog stiamo creando il tessuto narrativo di una conoscenza che prima esisteva in luoghi diversi e che ora può riconoscersi, connettersi e diventare patrimonio comune. L’innovazione è un processo complesso, culturale e sociale prima ancora che tecnologico. Raccontare le voci che lo attraversano significa allora far emergere le relazioni tra i saperi, rendere visibile ciò che il territorio già possiede e aprire lo spazio perché da quella trama possano nascere nuove domande, alleanze e possibilità.
Crediamo che, attraverso un approccio di questo tipo, anche la tecnologia possa ritrovare il proprio significato, diventando uno strumento capace di migliorare la vita delle persone, invece di alimentare una produzione sempre più rapida di contenuti che, moltiplicandosi, perdono man mano il loro valore e faticano a generare una risonanza autentica in chi li riceve. Bucare lo schermo nel rumore di fondo è possibile, ridando umanità e profondità alle storie.
Anche il processo per arrivare a questo tipo di scrittura è parte del risultato perché restituisce benessere e umanità alle persone che vi prendono parte. È da questa esperienza che nasce il nostro metodo di Scrittura Creatrice – una scrittura capace di restituire intenzionalità al racconto di chi siamo e di ciò che facciamo, orientandolo verso chi desideriamo realmente diventare, anziché lasciarlo alla casualità del racconto fatto per noi da altri.
È un percorso che si può allenare.
Uscire dal proprio ruolo non significa sminuirsi, al contrario, significa ricordarsi il perché siamo diventati chi siamo.
*Chi siamo

Per anni ho raccontato l’innovazione come leva per migliorare la vita delle persone. L’ho promossa, spiegata, persino difesa. Poi ho capito che mentre acceleravamo verso il futuro, ci stavamo allontanando dall’ascolto e dal senso.
Sono giornalista e consulente strategica da oltre vent’anni. Nel 2002 ho fondato a Salsomaggiore Terme Mirandola Comunicazione, la prima agenzia di PR in un podere agricolo. Nel 2010 ho creato iPressLIVE, startup che mi ha portata più volte negli Stati Uniti. Ho ideato il metodo Scrittura Creatrice, che unisce scrittura analogica, pratiche bioenergetiche e SoulCollage® di cui sono facilitatrice certificata. Il cuore dei miei percorsi è il Ritratto Narrativo che aiuta le persone a valorizzare chi sono davvero e tradurlo in azioni, scelte e comunicazione. Sono autrice di Lettera a Jeff Bezos (Do It Human, giugno 2025), una riflessione sul lavoro, sul potere e sulle disuguaglianze nell’epoca delle grandi trasformazioni tecnologiche.

Credo che la felicità si concretizzi quando ognuno trova il suo posto nel mondo e la mia ricerca è partita da lontano.
Molto tempo l’ho dedicato a capire chi sono, sono stati gli anni in cui lavoravo come falegname, mentre i libri e la scrittura mi alimentavano l’anima.
Poi l’università, un seminario in recitazione e il mettermi di fronte a una telecamera mi hanno dato sicurezza per osare un salto evolutivo. Ho incontrato Mirandola Comunicazione e abbiamo deciso di camminare insieme con il desiderio di contribuire ad una società migliore, dove le parole possano essere ponti, costruiti raccontando la bellezza che ci circonda e creandone di nuova. Il Ritratto Narrativo – affinato in questi anni – è lo strumento con cui vorrei aiutare le persone a riconoscere il proprio valore e la propria unicità al di là dei ruoli.
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