Soft e digitali: ecco le competenze più importanti di oggi e di domani
Secondo la survey di Tack TMI Italy (Gi Group Holding) per più di 8 lavoratori su 10 le soft skill hanno un impatto reale sul lavoro, ma solo poco più di un terzo (36%) ha partecipato alla formazione nell’ultimo anno. Eppure, le competenze digitali trasversali saranno sempre più centrali nel prossimo futuro
Si chiama “Soft Skill Index” la ricerca promossa da Tack TMI Italy, branch italiana della società di Gi Group Holding specializzata in Learning & Development, per indagare come cambia la cultura organizzativa delle aziende, analizzando un campione di 1.500 persone che lavorano nel nostro Paese. I dati emersi sottolineano la presenza di una distanza tuttora marcata tra aspettative dei lavoratori in termini di miglioramento delle proprie competenze e offerta adeguata da parte dei propri datori di lavoro.

Nello specifico, l’85% degli intervistati è infatti convinto che le soft skill incidano nella riuscita del proprio lavoro e il 45% le ritiene addirittura determinanti. Guardando poi solo alla fetta del campione rappresentata dai cosiddetti decision maker, la percentuale di coloro che ritiene abbiano un’influenza decisiva sale addirittura al 68%. Inoltre, per quasi 2 lavoratori su 3 (63%) le soft skill sono importanti nella propria vita quotidiana e per crescere in azienda più delle competenze tecniche.
Nonostante questi dati, solo il 36% dei lavoratori intervistati afferma di aver partecipato nell’ultimo anno a momenti di formazione dell’azienda dedicati al potenziamento delle soft skill. Come si spiega questa discrepanza tra aspettative e realtà?
Secondo la ricerca di Tack Tmi, la principale causa sarebbe da attribuire alla difficoltà di conciliare il tempo della formazione con la routine quotidiana, un problema avvertito dal 76% dei lavoratori. Tra gli altri ostacoli percepiti dagli intervistati si sono le altre priorità operative (34%), carichi di lavoro elevati e mancanza di tempo (31%), seguiti da uno scarso supporto o incoraggiamento da parte dei responsabili (19%) e da un’offerta formativa ritenuta non adeguata o non utile (15%).
Emergono inoltre criticità sul sostegno concreto da parte delle aziende: oltre la metà (58%) ritiene che i manager promuovano poco o per nulla la partecipazione alla formazione in ambito soft skill e la stessa quota segnala che l’azienda non consente di dedicarvi il giusto tempo.
Ancora più netto è tra l’altro il giudizio sulle risorse e investimenti messi in campo dall’azienda, giudicati insufficienti da quasi il 60% del campione, il che dimostra la presenza di una ulteriore distanza tra le dichiarazioni di intenti e il supporto concreto.

Il compito di commentare i dati raccolti spetta a Irene Vecchione, Amministratrice delegata di Tack TMI Italy (Gi Group Holding), che rimarca: «Se dalla ricerca emerge con chiarezza il valore delle soft skill e della formazione nel generare un impatto concreto, i dati sulla mancata attenzione da parte delle aziende nell’allocare adeguate risorse e nel permettere ai lavoratori di ritagliarsi il giusto tempo da dedicarvi, sono allarmanti. Ci indicano chiaramente che la vera sfida oggi è la messa a terra della formazione, rendendola più accessibile e allineandola alle aree più critiche da presidiare per la competitività personale e aziendale, come gli stessi decision maker indicano».
Come uscire dall’impasse, ossia come riallineare aspettative e offerta formativa realistica ed efficace? Vecchione invita a soffermarsi sulla qualità piuttosto che sulla quantità di percorsi di miglioramento delle competenze soft. In particolare, osserva infatti: «I lavoratori premiano con chiarezza le metodologie che prevedono un’interazione diretta in presenza, finalizzate a far emergere il potenziale inespresso e a supportare le persone nel raggiungimento dei propri obiettivi personali e professionali: apprendimento esperienziale sul campo (45%), formazione in aula o in presenza (34%) e coaching (32%). Anche l’e-learning resta comunque tra le metodologie gradite, posizionandosi a metà classifica con il 18% delle preferenze. Al tempo stesso, i bisogni formativi si stanno spostando verso ambiti che combinano sviluppo personale, leadership e nuove competenze digitali, dall’uso consapevole dell’AI alla gestione dei collaboratori, fino alla comunicazione efficace e alla capacità di affrontare il cambiamento. Per essere davvero incisiva, la formazione deve partire da queste evidenze, cercare di recepire e venire incontro ai bisogni emergenti, integrando tra loro diverse modalità di formazione, in presenza e online».
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