AI generativa e lavoro: più incerti professioni e percorsi di studio elevati
Secondo la ricerca curata da Coface con l’Observatoire des Métiers Menacés et Émergents, gli effetti sul mondo del lavoro a oltre tre anni dal lancio di ChatGpt sarebbero maggiori sulle professioni piuttosto che non sulle mansioni più di tipo manuale
Non solo le attività ripetitive, ma anche quelle più complesse: nella rivoluzione provocata dall’AI generativa sono coinvolte tutte le attività umane. Lo ha sostenuto di recente una ricerca curata da Coface con l’Observatoire des Métiers Menacés et Émergents, che ha descritto con una certa chiarezza gli effetti sul mondo del lavoro a oltre tre anni dal lancio di ChatGpt. L’indagine mette in luce come anche professioni legate all’analisi, alla gestione delle informazioni e ai percorsi di studio più elevati siano protagonisti della rivoluzione tecnologica.

Sotto la lente di Coface sono state analizzate 923 professioni, scomposte nelle singole mansioni. A loro volta, ciascuna di queste ultime è stata suddivisa in azioni elementari descritte attraverso “triplette” (verbo, oggetto, contesto). L’approccio scelto dai ricercatori francesi ha consentito di misurare con maggiore precisione l’esposizione all’automazione, superando limiti tipici di molte analisi precedenti, come la scarsa granularità, la difficoltà di replicare le valutazioni e l’assenza di una prospettiva evolutiva. L’analisi, estesa a quasi trenta Paesi, ha dunque valutato l’impatto dell’AI su più fasi di sviluppo, offrendo una lettura dinamica del fenomeno.
Venendo ai risultati, l’indagine segnala una discontinuità rispetto alle precedenti ondate tecnologiche. Se robotica e software avevano inciso soprattutto sulle attività standardizzate, l’intelligenza artificiale generativa sta infatti prendendo di mira proprio le mansioni cognitive e non ripetitive. Nello scenario principale considerato, basato su un’AI “agentica”, circa una professione su otto supererebbe la soglia del 30% di mansioni automatizzabili, individuata come indicatore di trasformazione profonda del ruolo. L’analisi rimarca però come questo cambiamento non determini necessariamente la scomparsa di alcune professioni, ma di certo si intravede una loro riconfigurazione, con possibili ricollocazioni significative del personale.
Secondo l’indagine, le aree più esposte si concentrerebbero quindi in ambiti ad alta intensità informativa, ossia ingegneria, IT, ruoli amministrativi, finanza, diritto e alcune professioni creative e analitiche. In questi settori, oltre un quarto del contenuto lavorativo potrebbe essere automatizzato. Al contrario, le professioni manuali o caratterizzate da una forte componente relazionale, dalla manifattura all’edilizia, passano per trasporti e attività sanitarie e assistenziali, resterebbero sotto la soglia del 10%. In posizione intermedia si collocano invece istruzione, assistenza e vendite, dove alcune mansioni risultano esposte, ma la dimensione umana continua a rappresentare un elemento di resilienza.
La ricerca francese si sofferma anche sulla distribuzione dell’impatto da Paese a Paese. L’esposizione all’automazione andrebbe infatti da circa il 12% del contenuto lavorativo in Turchia fino a quasi il 20% nel Regno Unito, un riflesso delle differenze nella struttura economica e occupazionale da un luogo all’altro. Le economie più orientate ai servizi qualificati risulterebbero più esposte, al contrario di quanto non accade con quelle a maggiore presenza di attività a intensità fisica.
In questo contesto, l’Italia dove si colloca? La ricerca la pone al di sotto della media europea, con il 15,5% del contenuto delle mansioni a rischio nello scenario “Special Agent”. Il dato è legato alla struttura del sistema produttivo, dove commercio, manifattura, trasporti e servizi tradizionali hanno un peso rilevante, mentre risultano meno sviluppati i comparti ad alta intensità informativa. Tuttavia, questo tipo di posizionamento non deve essere interpretato come un elemento di sicurezza strutturale, poiché con la maturità dell’AI agentica gli effetti dovrebbero estendersi lungo l’intera catena del valore.
Tra gli ambiti particolarmente impattati dalla rivoluzione post-AI ci sono i percorsi di studio e il valore dell’istruzione in generale. Infatti, aggiunge ancora la ricerca, se una parte crescente delle mansioni tipiche delle professioni ad alta qualificazione diventa automatizzabile, il legame tradizionale tra livello di istruzione, retribuzione e stabilità occupazionale potrebbe indebolirsi. Ciò non significa che diventerà del tutto superflua la formazione superiore, ma anche in questo caso è in vista una ridefinizione delle competenze chiave, con maggiore attenzione a capacità come giudizio, adattabilità e supervisione dei sistemi tecnologici.
Al di là delle ripercussioni dirette e indirette sul mondo del lavoro, l’uso dell’AI potrebbe avere ulteriori effetti sui sistemi fiscali e sulla sostenibilità dei conti pubblici, tra riduzione del gettito e aumento della spesa per formazione e protezione sociale. A questo si aggiungono nuove vulnerabilità legate alla concentrazione degli asset strategici dell’AI in un numero limitato di attori globali.
In conclusione, l’indagine di Coface lascia trasparire una certa incertezza sull’evoluzione futura, soprattutto perché l’esposizione delle mansioni alla rivoluzione dell’AI agentica non si traduce automaticamente in perdite nette di posti di lavoro, visto che, almeno in questa fase, non si tiene conto della possibilità che nascano ulteriori nuove attività.
In ogni caso, una cosa è certa: l’intelligenza artificiale generativa sta ridefinendo il rapporto tra competenze, formazione e organizzazione del lavoro, e da qui non si torna più indietro.
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