Moda italiana, eccellenza a metà: forte nei numeri, debole nel benessere aziendale

Nonostante sia un'eccellenza nazionale, la moda sarebbe più indietro rispetto ad altri comparti forti del Made in Italy nella qualità del benessere organizzativo. Lo testimonia la presenza di un solo marchio - Kiabi - tra le Best workplaces 2026

La Giornata nazionale della moda, ricorrenza celebrata lo scorso 15 aprile, ha lasciato dietro di sé una riflessione dolce-amara. Pur continuando a rappresentare uno dei pilastri del Made in Italy, dietro punti preziosi per il Pil e design d’eccellenza mondiale si mostra tutta la fragilità del fashion nazionale quanto a soddisfazione per la qualità degli ambienti di lavoro. A metterlo in evidenza, è stata la classifica Best Workplaces Italia 2026 di Great Place to Work, che ha analizzato le opinioni di oltre 210mila collaboratori. Su tutti emerge un dato insieme semplice e significativo: tra le 75 migliori aziende italiane per qualità del lavoro solo una appartiene al settore moda, ossia il brand Kiabi.

L’eccezione conferma la presenza di una regola poco incoraggiante del fashion italiano, un comparto che sembrerebbe scontare un ritardo strutturale nella costruzione di una cultura organizzativa basata su fiducia, ascolto e benessere diffuso. Si tratta di un paradosso per un mondo che dovrebbe fondarsi su creatività e talento, come sottolinea Alessandro Zollo, Ceo di Great Place to Work Italia: «Nelle aziende del settore fashion prevale ancora una percezione frammentata e impersonale dell’esperienza lavorativa dei collaboratori».

Al contrario, le aziende più virtuose, appartenenti soprattutto ai settori IT, farmaceutico e finanziario, starebbero investendo in modelli organizzativi capaci di mettere al centro le persone, con risultati tangibili anche sul piano economico.

A supporto della loro visione, l’organizzazione che stila da anni la classifica dei Best workplaces ricorda come le aziende con elevati livelli di fiducia interna registrino tassi di retention superiori all’86%, contro il 66% delle altre.

Non solo. Le aziende ai primi posti nella loro classifica mostrerebbero una crescita media dei ricavi del +20%, un valore nettamente superiore rispetto alla media nazionale e ulteriore segno del fatto che il benessere organizzativo non sia un costo, ma una leva competitiva.

Visto lo scenario sopra richiamato, il caso Kiabi rappresenta un esempio interessante. L’azienda avrebbe infatti costruito una cultura basata su inclusione, ascolto attivo e partecipazione, riuscendo a coniugare benessere interno e performance di business. Un modello che dimostra come anche nel fashion sia possibile invertire la rotta.

La questione, però, è più ampia e riguarda il futuro stesso del settore. In un mercato del lavoro sempre più guidato dalle aspettative delle nuove generazioni, non bastano più il prestigio del brand o la forza del prodotto. I nuovi talenti cercano infatti ambienti equi, flessibili e coerenti con i propri valori.

Investire nel benessere dei collaboratori, secondo Great Place To Work, significa quindi agire su più livelli: ridurre il turnover, rafforzare il senso di appartenenza, stimolare la creatività e migliorare la capacità innovativa. Ma soprattutto significa costruire un vantaggio competitivo reale e duraturo.

La moda italiana resta un’eccellenza industriale. Ma se vuole continuare a esserlo anche nel lungo periodo, dovrà imparare a prendersi cura non solo dei suoi prodotti, ma anche – anzi, soprattutto – delle persone che li rendono possibili.

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