Burnout tra i giovani, sintomo di un modello organizzativo da trasformare radicalmente
Veronica Iannone è esperta di benessere organizzativo, cultura del lavoro e sviluppo delle competenze. Nel suo primo articolo per la nostra testata affronta il tema della fragilità dei giovani italiani. Affrontarla con strumenti nuovi è la sfida più importante per il futuro stesso del nostro Paese
di Veronica Iannone*
Negli ultimi anni il tema del burnout tra i giovani lavoratori è diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico. Non si tratta di una percezione generazionale o di una presunta fragilità delle nuove generazioni, come talvolta viene raccontato, ma di un fenomeno sempre più documentato da ricerche e dati.

Secondo il penultimo Rapporto Censis–Eudaimon, circa il 31,8% dei lavoratori italiani presenta sintomi riconducibili al burnout, ma la percentuale cresce sensibilmente tra i più giovani: quasi il 47,7% dei lavoratori tra i 18 e i 34 anni dichiara di sentirsi emotivamente esausto o fortemente demotivato dal proprio lavoro. In altre parole, quasi un giovane su due sperimenta condizioni di stress lavorativo significativo già nelle prime fasi della propria carriera.
Il tema della salute mentale collegata al lavoro emerge con forza anche da altre ricerche. Diverse indagini evidenziano come oltre il 40% dei lavoratori italiani si trovi a rischio di disturbi psicologici legati allo stress lavorativo, con livelli rilevanti di ansia, affaticamento emotivo e senso di frustrazione professionale.
Dietro questi numeri si nasconde un problema più profondo: il modello organizzativo del lavoro italiano appare, in molti contesti, ancora ancorato a logiche del passato. Strutture gerarchiche molto rigide, limitata valorizzazione del merito, scarse opportunità di crescita professionale e una cultura del lavoro che spesso premia la presenza più della produttività contribuiscono ad alimentare un clima di insoddisfazione diffusa.
A questo si aggiunge una dimensione economica non trascurabile. Negli ultimi decenni l’Italia è stata uno dei pochi Paesi sviluppati in cui i salari reali sono rimasti sostanzialmente stagnanti. Secondo dati OCSE, tra il 1990 e il 2020 il potere d’acquisto medio dei lavoratori italiani non ha registrato una crescita significativa, mentre in molti altri Paesi europei gli stipendi hanno seguito un percorso di aumento progressivo.
Questo squilibrio tra impegno richiesto e riconoscimento economico contribuisce ad alimentare una percezione di scarsa prospettiva. Molti giovani entrano nel mondo del lavoro con aspettative di realizzazione, autonomia e stabilità, ma si trovano spesso di fronte a percorsi professionali incerti, contratti precari e possibilità di avanzamento limitate.
Non sorprende quindi che sempre più giovani valutino opportunità all’estero. Negli ultimi anni l’Italia ha registrato un flusso costante di emigrazione qualificata: ogni anno decine di migliaia di giovani laureati o altamente formati scelgono di trasferirsi in altri Paesi europei, dove percepiscono maggiori possibilità di crescita professionale, migliori condizioni economiche e ambienti di lavoro più attenti al benessere organizzativo.
Ridurre questo fenomeno a una semplice questione generazionale rischia di semplificare eccessivamente la realtà. Le nuove generazioni non chiedono meno lavoro: chiedono un lavoro sostenibile, capace di garantire dignità, prospettive di crescita e un equilibrio tra vita professionale e vita personale.
In questo senso, il tema del burnout tra i giovani rappresenta anche un indicatore di trasformazioni più profonde nel rapporto tra individui e lavoro. Le organizzazioni che sapranno investire nel benessere delle persone, nella valorizzazione delle competenze e in modelli di leadership più inclusivi saranno probabilmente quelle più capaci di attrarre e trattenere talenti.
Al contrario, ignorare questi segnali rischia di produrre conseguenze rilevanti non solo sul piano individuale, ma anche su quello economico e sociale. Un sistema produttivo che non riesce a motivare le nuove generazioni finisce inevitabilmente per indebolire il proprio potenziale di innovazione e sviluppo.
Il burnout giovanile, quindi, non è soltanto un problema individuale o sanitario: è anche il sintomo di un modello organizzativo che necessita di un profondo ripensamento. Comprendere questa trasformazione e affrontarla con strumenti adeguati rappresenta una delle sfide più importanti per il futuro del lavoro in Italia.

*Chi sono
Sono laureata magistrale in Pedagogia e ho conseguito un Master di II livello in Gestione delle Risorse Umane. Da anni mi occupo di benessere organizzativo, cultura del lavoro e sviluppo delle competenze nei contesti professionali. Ho contribuito alla stesura della proposta di legge sul benessere psicologico nei luoghi di lavoro promossa dall’onorevole Carmen Di Lauro. Parallelamente, ho preso parte a momenti di confronto e iniziative anche a livello regionale dedicate alla promozione del benessere lavorativo, alla prevenzione del burnout e alla diffusione di modelli organizzativi più sostenibili. Attualmente lavoro come collaboratrice di un eurodeputato, occupandomi di relazioni istituzionali e seguendo attività di dialogo tra istituzioni, territori e stakeholder. Il mio interesse di studio riguarda in particolare il rapporto tra giovani e lavoro, la prevenzione dello stress lavoro-correlato e la diffusione di una cultura organizzativa più attenta alla persona.
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