Il futuro del lavoro? Porte aperte agli umanoidi

La ricerca sul futuro del lavoro di Barclays prevede la crescita esponenziale della robotica in tutti i settori produttivi. La domanda su quanto i nostri "avatar" tecnologici siano destinati a sostituire il lavoro degli umani resta al momento aperta

Secondo una nuova ricerca curata da Barclays sul futuro del lavoro, i robot umanoidi stanno uscendo definitivamente dai laboratori per diventare una presenza concreta nei settori produttivi. E la ragione è semplice: nei prossimi anni non ci saranno abbastanza lavoratori umani per svolgere tutte le mansioni necessarie. La popolazione mondiale invecchia, i giovani rifiutano i lavori più faticosi e ripetitivi, e l’urbanizzazione sposta la forza lavoro verso le città, lasciando scoperte attività essenziali come agricoltura, produzione industriale e assistenza agli anziani.

In questo scenario, spiegano gli analisti, gli umanoidi rappresentano una risposta pragmatica alla crescente carenza di manodopera, soprattutto nelle mansioni che richiedono forza fisica, destrezza e capacità di adattamento.

Tre grandi dinamiche globali stanno accelerando questo processo: l’aumento della fascia di popolazione sopra i 65 anni, che riduce la forza lavoro attiva e aumenta la domanda di servizi sanitari; la concentrazione della popolazione nelle aree urbane, che svuota territori dove si svolgono attività primarie; e il cambiamento nelle preferenze lavorative delle nuove generazioni, sempre meno disposte a svolgere ruoli ripetitivi o considerati poco attrattivi, indipendentemente dal livello di retribuzione. Il risultato è un forte squilibrio tra domanda e offerta di lavoro in settori chiave come manifattura, logistica, agricoltura, sanità, costruzioni e hospitality.

Ma perché puntare proprio su robot “umanoidi”? La risposta non è estetica, ma funzionale. Il mondo è costruito su misura per gli esseri umani: scale, corridoi, pulsanti, scaffali, utensili e macchinari presuppongono un certo tipo di mobilità e di estensione delle braccia. Un robot su ruote o dotato di forme alternative può lavorare bene in ambienti specifici, ma un umanoide può adattarsi agli spazi esistenti senza riprogettare interi stabilimenti o modificare i flussi operativi. Fino a pochi anni fa, tuttavia, questa idea rimaneva più affascinante che utile: l’AI non era in grado di interpretare il contesto e i costi dell’hardware erano proibitivi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente.

La ricerca Barclays evidenzia come i costi di produzione degli umanoidi siano crollati di 30 volte nell’ultimo decennio, passando da circa 3 milioni di dollari a 100mila. Questo grazie ai progressi combinati in tre aree: l’intelligenza, con modelli di visione e ragionamento sempre più avanzati; la meccanica, con attuatori più precisi e resistenti che rappresentano circa metà del costo totale di un robot; e le batterie, oggi più leggere, durevoli e soprattutto molto più economiche. Questo drastico calo dei costi ha permesso l’ingresso degli umanoidi in contesti reali.

Emblematico il caso BMW, che nello stabilimento di Spartanburg ha utilizzato i robot della startup Figure per caricare componenti in metallo nelle linee di saldatura, contribuendo alla produzione di 30.000 auto.

La stessa ricerca suggerisce che l’Europa, e in particolare la Germania, potrebbe avere un ruolo chiave nello sviluppo di questa industria. Non tanto per la competenza software, quanto per la forza della sua filiera meccanica. Gli attuatori – i “muscoli” dei robot – sono l’elemento tecnicamente più complesso e costoso, e l’Europa ne è oggi il principale produttore mondiale, con una quota pari al 34% del mercato globale. È un vantaggio che si lega alla lunga tradizione automobilistica del continente: un robot umanoide è, in sostanza, un’automobile in miniatura, composta da migliaia di componenti di alta precisione.

Non stupisce dunque che stiano nascendo accordi tra produttori automotive e aziende di robotica, come quelli tra BMW e Figure AI o tra Schaeffler e Nera Robotics.
Barclays stima che il mercato globale degli umanoidi raggiungerà i 40 miliardi di dollari entro il 2035, con scenari più ottimistici che potrebbero spingere la cifra fino a 200 miliardi. Le opportunità d’investimento riguarderanno soprattutto le aziende industriali e i produttori di componenti, i settori tecnologici dual-use legati alla difesa e le catene di approvvigionamento dei minerali critici e delle terre rare, indispensabili per alimentare i motori magnetici e le batterie. Molti di questi attori non sono i protagonisti dell’attuale corsa all’AI generativa: sono realtà industriali che potrebbero diventare centrali nella nuova fase della cosiddetta “Physical AI”.

Ed è proprio a questo punto che si apre il nodo più affascinante e allo stesso tempo delicato dell’intera trasformazione: come cambierà il lavoro umano? Non si tratta di una domanda a effetto, ma un interrogativo reale, che accompagna ogni innovazione tecnologica dirompente. Se i robot umanoidi saranno in grado di svolgere una parte crescente delle mansioni più faticose e ripetitive, lasciando agli esseri umani quelle a maggiore valore aggiunto, quale sarà l’equilibrio che si verrà a creare tra le due componenti della forza lavoro? La risposta, per ora, resta aperta.

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