Gen Z, voglia di lavorare (in modo diverso) saltami addosso

Secondo un’indagine di Sole 24 Ore Business School, i giovani tra i 20 e i 25 anni non temono l’AI e mettono crescita professionale e work-life balance davanti allo stipendio. Più che meno disponibili all’impegno, sembrano voler ridefinire il rapporto con carriera, tempo e organizzazione del lavoro

La Gen Z non ha meno voglia di lavorare: vuole lavorare in modo diverso. È quanto emerge da un’indagine di Sole 24 Ore Business School condotta su circa 600 giovani tra i 20 e i 25 anni, in particolare studenti ed ex studenti dei Master Post Laurea degli ultimi due anni. Crescita professionale, equilibrio tra vita e lavoro e possibilità di fare un’attività che piaccia contano più dello stipendio. E anche l’intelligenza artificiale, anziché spaventare, viene guardata soprattutto come un’opportunità.

Soltanto l’8% degli intervistati dichiara infatti di temere l’AI, mentre il 46% la considera un’opportunità e il 42% la ritiene ormai indispensabile per lavorare. Un dato che restituisce l’immagine di una generazione pronta a convivere con la tecnologia e a utilizzarla come strumento, più che a subirla come una minaccia.

A cambiare è soprattutto l’idea di successo professionale. Non soltanto carriera verticale e retribuzione, ma crescita, autonomia e tempo per sé. Ed è proprio su questo terreno che il racconto sui più giovani rischia spesso di scivolare nel luogo comune: la richiesta di maggiore flessibilità o di un migliore equilibrio viene facilmente interpretata come minore disponibilità all’impegno.

I numeri suggeriscono però una lettura diversa. Al primo posto tra ciò che la Gen Z cerca nel lavoro c’è infatti la crescita professionale, indicata dal 62% del campione. Seguono il work-life balance e la possibilità di fare un lavoro che piaccia, entrambi al 46%, mentre lo stipendio si ferma al 33% e la stabilità al 29%.

Anche quando si parla di successo, l’ambizione non sembra affatto scomparire. Per il 46% significa arrivare a ricoprire un ruolo importante, con maggiori responsabilità e competenze. Soltanto il 12% lo identifica invece con il guadagnare sempre di più.

Il rapporto tra denaro e tempo conferma la stessa impostazione: il 75% preferisce uno stipendio adeguato accompagnato da un buon equilibrio tra vita e lavoro, mentre appena il 17% sarebbe disposto a guadagnare di più sacrificando una parte del proprio tempo libero.

Più che lavorare meno, dunque, i giovani sembrano voler costruire percorsi professionali diversi e meno lineari. Il 60% prenderebbe in considerazione una pausa di sei-dodici mesi nel corso della carriera, secondo la logica del cosiddetto micro-retirement. Il 46% immagina inoltre di restare nella stessa azienda tra due e quattro anni, mentre un altro 33% sarebbe disposto a fermarsi più a lungo, ma soltanto se si troverà bene.

A spaventare i giovani sono, in altri termini, le condizioni di lavoro. Precarietà e instabilità sono indicate come principali timori dal 29% del campione, la stessa quota di chi teme di non avere abbastanza tempo per la vita privata. Seguono il rischio di non trovare una posizione soddisfacente e quello di guadagnare troppo poco, entrambi al 21%.

I curatori della survey citano inoltre una riflessione di Dario Amodei, Ceo di Anthropic, secondo cui l’automazione non sarebbe destinata semplicemente a cancellare posti di lavoro, ma a trasformarne contenuti e produttività. «Se automatizzi il 90% di un lavoro, tutti finiscono per occuparsi del restante 10%, e quel 10% finisce per espandersi fino a coprire il 100%», ha affermato.

Il messaggio dell’indagine lanciato alle aziende è in conclusione piuttosto netto: intercettare e trattenere questi giovani significa offrire occasioni reali di crescita, integrare l’AI come strumento di lavoro, costruire percorsi meno rigidi e riconoscere (una volta per tutte) che flessibilità ed equilibrio non coincidono necessariamente con una minore disponibilità all’impegno.

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