Competenze vs Laurea, per i candidati le prime contano di più

Secondo l’ultima indagine “Spotlight on Skills”, parte del report globale Talent Trends 2026 di Michael Page, i professionisti puntano sulle skills pratiche e sulla formazione continua, mentre le aziende sono chiamate ad accelerare la transizione verso il recruiting “skills-first”

Le competenze guadagnate sul campo contano spesso più della laurea ottenuta dopo anni di studio “matto e disperato”. Lo sostiene una ricerca curata da Michael Page, società di consulenza globale specializzata nel recruitment, intitolata “Spotlight on Skills”. Parte del report Talent Trends 2026, l’indagine ha mostrato un’inversione di tendenza interessante tra chi cerca lavoro oggi.

Pamela Bonavita

L’indagine mette infatti in luce come siano gli stessi candidati a proporsi alle aziende innanzitutto con le loro competenze piuttosto attraverso i loro titoli di studio. Un modo di procedere detto “skills-first” adottato dall’86% delle aziende, accanto a un 75% che è convinto che un solido bagaglio di competenze possa compensare l’assenza di un titolo di studio universitario. Un ultimo 80% considera la formazione accademica un valore, soprattutto in ambito legal, HR, finance e tech.

Sui dati raccolti, Pamela Bonavita, Managing Director di Michael Page, precisa che non si può parlare di una vera e propria contrapposizione tra competenze pratiche e percorsi di studio, né che le prime e i secondi «si escludano a vicenda, anzi». Bonavita aggiunge: «Sebbene il 40% dei candidati intervistati attribuisca una maggior importanza alle skills rispetto alle precedenti esperienze lavorative, la vera forza sta nell’integrazione: oggi, infatti, chi cerca lavoro (2/3 dei rispondenti) non esita a candidarsi quando crede di possedere la maggior parte dei requisiti richiesti».

Il peso delle competenze, precisa del resto la ricerca di Michael Page, varia anche a seconda della funzione: gli aspetti relazionali e le soft skills sembrano essere predominanti in ambito commerciale, nelle operations e dove il contatto con le persone è predominante. Al contrario, le competenze “hard” restano l’elemento determinante nei settori ad alta specializzazione tecnica, dalle costruzioni, all’engineering passando per IT e finance.

Qualunque sia il giudizio sui candidati necessari per la propria azienda, il continuous learning è diventato parte integrante della vita lavorativa quotidiana dei lavoratori: il 68% dei professionisti intervistati hanno investito tempo ed energia per la loro formazione negli ultimi 12 mesi. Tra i corsi, si preferiscono quelli online nel 64% dei casi, quelli che rilasciano qualifiche formali (50%). Poco sotto il 50% sono infine i corsi erogati direttamente dalle aziende come formazione interna.

A motivare le persone ad intraprendere percorsi di reskilling e upskilling, per quasi il 60% degli intervistati c’è in vista un’eventuale promozione (una motivazione che muove per lo più i candidati uomini), seguita dalla possibilità di un cambio di carriera (motivazione principale per le donne). Per finire conta anche il desiderio di rimanere competitivi sul mercato. Da notare come i benefici di chi sceglie di formarsi sono evidenti abbastanza in fretta, come dichiarato da quasi il 70% del campione.

Su questo aspetto Pamela Bonavita sottolinea: «I candidati sembrano aver compreso prima delle organizzazioni l’importanza di una valutazione basata sulle competenze». Per la managing director di Michael Page è invece sempre più centrale che le aziende investano in formazione continua, definendo le posizioni aperte «sulla base delle attività e non soltanto sui titoli posseduti e identificare il mix ideale tra soft e hard skills per ampliare il bacino di potenziali talenti. È questa la sola strada per superare i limiti del recruiting tradizionale ed intercettare chi possiede il know-how giusto per guidare l’innovazione in azienda».

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