I musei e l’accessibilità universale, unica strategia per abbattere le barriere mentali
Riceviamo e volentieri pubblichiamo l'articolo di Marco Da Rin Zanco, co-founder e Ceo di amuseapp, che spiega perché il vero divario di accessibilità nei luoghi della cultura italiani non si misura più in rampe e ascensori, ma in linguaggio, contenuti e capacità di parlare a pubblici diversi.
di Marco Da Rin Zanco*

Negli ultimi vent’anni i musei italiani hanno fatto grandi passi avanti sulle barriere architettoniche. Secondo l’ISTAT, oggi più del 50% delle istituzioni dispone di rampe, ascensori e servizi igienici accessibili. Eppure, solo un museo su dieci offre percorsi pensati per persone con disabilità cognitive, e meno del 20% ha avviato progetti dedicati a disabilità sensoriali, emotive o di linguaggio. È un dato che racconta un paradosso: si entra in un museo, ma spesso non si capisce. La rampa c’è, l’ascensore funziona e il bagno è attrezzato, ma davanti al pannello esplicativo, al video documentario o all’opera senza descrizione audio, buona parte dei contenuti resta inaccessibile per le persone con disabilità.
Il costo è concreto: in Italia ci sono 3,1 milioni di persone con disabilità, oltre 600 mila persone nello spettro autistico e oltre 270 mila studenti con disturbi specifici dell’apprendimento. Solo il 9,3% di loro frequenta cinema, teatri o musei, contro il 30,8% del resto della popolazione. In poche parole, è come se il sistema culturale italiano lasciasse fuori una larga fetta del Paese non perché abbia ignorato la dimensione fisica dell’accessibilità, ma perché ha lavorato poco sulla dimensione cognitiva, sensoriale e comunicativa dell’esperienza di visita.
Da Netflix al museo: quando il vero problema è la narrazione
C’è un’espressione, “museum fatigue”, coniata già nel 1916, che descrive il rischio che i musei respingano i propri visitatori per affaticamento cognitivo. Quando una persona si sente inadeguata a comprendere ciò che ha davanti, l’esperienza diventa negativa. Lo conferma una statistica che cito spesso: al Louvre, i visitatori guardano la Gioconda in media soltanto 15 secondi. Non perché l’opera non sia interessante, ma perché manca tutto il contorno, la narrazione, dalla storia di Leonardo al Rinascimento, dal furto del 1911 al ritrovamento. Una narrazione costruita bene può tenere una persona davanti a un quadro per un’ora. Le piattaforme come Netflix lo hanno capito, e applicato, fin dal principio: catturano l’attenzione per ore costruendo narrazioni avvincenti curate dall’inizio alla fine. I musei italiani, invece, nella maggior parte dei casi, non sono ancora a quel livello di consapevolezza.
Quando questo deficit di narrazione incrocia il tema dell’accessibilità, poi, il quadro si complica ulteriormente. Qualche esempio? Una persona con disabilità uditiva, davanti a un video senza sottotitoli o senza traduzione in Lingua dei Segni Italiana, vede solo immagini scorrere nel silenzio; una persona con disabilità cognitiva, davanti a un pannello eccessivamente tecnico, si trova davanti a un testo che non parla la sua lingua e ancora, una persona con disabilità visiva, in una sala priva di audiodescrizione, si trova in uno spazio in cui buona parte dei contenuti è semplicemente invisibile.
L’accessibilità universale come cambio di paradigma
Nel mondo culturale italiano c’è ancora la convinzione che l’accessibilità sia una somma di interventi dedicati a singole disabilità: la rampa per chi è in carrozzina, l’audioguida per chi non vede, i sottotitoli per chi non sente. È un modo di pensare che esclude più di quanto includa, perché parte da un’idea di “normalità” rispetto alla quale si aggiungono progressivamente delle eccezioni. Tuttavia, una persona non è un insieme di etichette, e i pubblici della cultura non si esauriscono nelle categorie diagnostiche.
L’accessibilità universale, che stiamo portando avanti con amuseapp, parte dall’idea opposta: progettare fin dal primo momento un’esperienza fruibile da chiunque. Dal bambino al turista straniero, dall’anziano alla persona nello spettro autistico, dal visitatore esperto a chi entra in un museo per la prima volta nella sua vita. È un cambio di paradigma che fino a pochi anni fa era irrealizzabile per ragioni di costo e di risorse umane. L’intelligenza artificiale generativa ha cambiato l’equazione, lo stesso percorso espositivo può essere raccontato con linguaggio semplificato per chi ha disabilità cognitive o DSA, con stimoli ridotti per chi è nello spettro autistico, con domande di rinforzo per chi ha difficoltà di concentrazione, in modalità audio per chi non vede, in LIS per chi non sente. Più una persona porta con sé una specificità, più la tecnologia può fare la differenza.
Un esempio di co-progettazione
Al Castello del Buonconsiglio di Trento, a fine marzo abbiamo presentato un’app gratuita sviluppata con la nostra startup e una rete di partner del territorio. Quattro itinerari distinti, calibrati su pubblici diversi, uno standard, uno per famiglie con la realtà aumentata, uno in Lingua dei Segni Italiana sottotitolata – costruito con interpreti LIS e un docente di storia dell’arte con disabilità uditiva – e uno con audiodescrizioni dedicate a persone con disabilità visiva. Persino la scelta dello sfondo scuro dell’app è arrivata dai focus group con visitatori ipovedenti: l’idea iniziale prevedeva uno sfondo chiaro, ma sono state le persone direttamente coinvolte a farci notare che creava problemi di visione.
Questo è un punto fondamentale. La co-progettazione con le associazioni e con le persone direttamente interessate non è un surplus, ma la condizione tecnica perché un progetto di accessibilità funzioni. Lavorare senza coinvolgere le persone, partire da assunti astratti sulle loro esigenze, produce quasi sempre soluzioni inefficaci. Lavorare con loro produce soluzioni che funzionano.
Il nodo PNRR: 300 milioni, ma con quale qualità?
Ci tengo a fare una digressione sull’argomento PNRR che ha stanziato 300 milioni di euro sulla linea “Turismo e Cultura 4.0” per la rimozione delle barriere fisiche e cognitive nei luoghi della cultura, con interventi che dovranno concludersi entro giugno 2026. In base a quello che vedo nel settore, il pronostico è che molti musei arriveranno in fondo, ma che gli interventi non saranno all’altezza dell’investimento. Ci sono certamente dei casi virtuosi, ma ne ho visti molti altri in cui i fondi sono stati spesi perché bisognava spenderli. Questo spesso avviene perché i luoghi della cultura hanno l’abitudine a vivere senza risorse, e finiscono per diventare “bandocentrici”, partecipano a qualunque bando, anche quando non hanno la struttura per usarlo bene. Una rampa acquistata con un bando, ma posata davanti a tre gradini che restano, è un’immagine che capita di vedere più spesso di quanto si pensi.
Una direzione e non un punto di arrivo
Guardando il quadro nel suo complesso, però, sono ottimista. Le nuove generazioni stanno crescendo con una mentalità più aperta, flessibile e sensibile a quelle sfumature che la categorizzazione binaria, “normale o non normale”, ha tenuto fuori dal mondo culturale per decenni. L’intelligenza artificiale, usata in modo consapevole, è oggi lo strumento più potente per garantire che il patrimonio culturale italiano sia un patrimonio davvero di tutti.
Il vero salto, però, non sarà solo tecnologico, ma anche culturale: smettere di pensare l’accessibilità come una somma di interventi dedicati e iniziare a pensarla come la condizione di base di ogni progetto culturale. È una rivoluzione lenta in cui bisogna coinvolgere diversi stakeholder. La sfida dei prossimi anni è costruire un linguaggio che, finalmente, parli a tutte le persone che visitano un luogo della cultura italiano.

*Chi è l’autore
Marco Da Rin Zanco è un giovane imprenditore di Belluno. Da quando a 11 anni ha cominciato a programmare non ha mai smesso di appassionarsi alla trasformazione digitale applicata alla comunicazione. Nel 2011 ha fondato Larin un’azienda che integra branding, marketing e tecnologia per aiutare le imprese a eccellere, dove oggi è il Responsabile Ricerca & Sviluppo e si occupa in particolare di intelligenza artificiale. Attualmente è Amministratore Delegato di amuseapp, startup fondata nel 2024 che migliora l’esperienza dei visitatori nei luoghi della cultura con l’Intelligenza Artificiale. La sua esperienza professionale, inoltre, include incarichi di rappresentanza, come quello di Assessore del Comune di Belluno e di presidente dei giovani imprenditori di Confindustria Belluno Dolomiti.
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