Sopraffatta/o dalle liste delle cose da fare? Ascolta, scrivi, muoviti

Gaia Elisa Rossi dedica il suo nuovo articolo alle strategie migliori per gestire le liste delle cose da fare indagando sulle ragioni che si nascondono dietro la nostra difficoltà. La soluzione giusta non è una sola, ma ciò che più conta è smettere di pensare che siamo noi stessi il problema

di Gaia Elisa Rossi*

C’è una lista. Forse è sul computer, forse è su un foglio alla scrivania, forse esiste solo nella tua testa, ma c’è. E ogni mattina la guardi, sai benissimo cosa ci trovi, e non riesci comunque ad iniziare quella lista di impegni, o di buoni propositi.
Non è pigrizia. Non è mancanza di volontà. Non è che non ti importi abbastanza. Eppure, è difficile non pensare che sia colpa tua, soprattutto quando intorno a te sembra che tutti riescano a fare ciò che dicono di voler fare. Loro consegnano, completano, avanzano. Tu sei fermo, sei ferma, e passi il tuo tempo a fissare quell’elenco di cose da fare, oppure a fingere di ignorarlo.

Quello che spesso viene chiamato procrastinazione ha radici più precise. Riguarda il funzionamento esecutivo: quell’insieme di processi cognitivi che ci permettono di pianificare, iniziare, sostenere e portare a termine un’azione. Attenzione, memoria di lavoro, flessibilità cognitiva, regolazione emotiva. Non è un problema che si limita al nostro carattere, dobbiamo guardare alla nostra architettura mentale.
Il passaggio più difficile, per molte persone, non è portare a termine un compito. È iniziarlo.

Il solo guardare una lista lunga può bastare a innescare frustrazione, ansia, senso di sopraffazione. Ci si blocca non perché il compito sia impossibile, ma perché la mente non riesce a trovare il punto di ingresso. È come stare davanti a una porta senza maniglia: sai che esiste un modo per aprirla, ma non riesci a vederlo. La risposta automatica, in quei momenti, è spesso l’evitamento: si fa qualcos’altro, qualcosa di più gestibile, qualcosa che non richieda di attraversare quella porta.

Una prima cosa utile da fare è chiedersi con onestà quale parte del processo è quella che si inceppa. Non tutte le difficoltà sono uguali. A volte il blocco arriva dal perfezionismo: non si inizia perché non si riesce ad accettare l’idea di svolgere il nostro compito in modo imperfetto. A volte le difficoltà arrivano dalla paura, dalla sensazione implicita che fare equivalga a esporsi, a poter fallire. A volte i passaggi non sono abbastanza chiari e la mente si perde nei dettagli prima ancora di cominciare. Identificare quale meccanismo è attivo aiuta a trovare la risposta giusta, invece di rispondere a un problema generico con una soluzione generica.

Se il problema è la sopraffazione emotiva, può aiutare scrivere. Possiamo scrivere non tanto la lista delle cose da fare, ma la lista di quello che ci fa sentire pesanti. Mettere fuori dalla mente quello che la occupa libera spazio. E poi possiamo chiederci: sto complicando troppo questo compito? Qual è il modo più semplice per iniziarlo? Non il più efficiente, non il migliore: il più semplice.

Un’altra strategia che funziona per molte persone è il lavorare in presenza di qualcun altro: quella persona può anche restare in silenzio, o essere online. Non si tratta di farsi aiutare nel compito, ma di usare la presenza dell’altro come ancora. Il cervello risponde alla co-presenza in modi che la solitudine non attiva. Diventa più difficile scivolare nell’evitamento quando è presente qualcuno accanto a noi, fisicamente o virtualmente, che sta svolgendo lo stesso compito.

In alternativa, abbinare un compito complesso, o difficile da iniziare, a qualcosa di piacevole – musica, una bevanda, un ambiente diverso dal solito – può essere uno strumento per cambiare il contesto e abbassare la resistenza che si frappone tra l’intenzione e l’azione.

C’è, inoltre, un principio che vale più di molte tecniche: tenere il processo fuori dalla mente. Esternalizzare il pensiero – parlandone ad alta voce, scrivendolo, spostando fisicamente gli oggetti su cui stai lavorando – è spesso più efficace che cercare di orchestrare tutto internamente. La mente non è un buon contenitore per la complessità non ancora risolta. La carta, il dialogo, il movimento fisico lo sono molto di più.

Forse l’elemento più difficile, tra queste strategie, non è tanto il metodo, ma l’atteggiamento verso se stessi. Chi fatica con il funzionamento esecutivo spesso porta con sé anni di giudizi, propri e altrui. L’idea di essere disorganizzati, inaffidabili, «quelli che non riescono a fare le cose semplici». Eppure la difficoltà non riguarda l’intenzione, ma il passaggio dall’intenzione all’azione, che per alcune persone richiede uno sforzo enorme, invisibile agli occhi di chi non lo sperimenta.

Riconoscere questo non significa rinunciare al miglioramento. Significa smettere di confondere la difficoltà con il difetto. Le persone che faticano con l’iniziare, il sostenere, il portare a termine un compito non sono persone rotte, sono persone che stanno cercando di funzionare in ambienti spesso costruiti per un tipo di mente che non è la loro.

Limitare le aspettative non è sconfitta. Scegliere una cosa sola da fare oggi, darle tempo e spazio reali, smettere di misurare la giornata dalla lunghezza della lista: tutto questo non è rinunciare. È cominciare a lavorare con la propria mente invece che contro di essa.

*Chi è l’autrice

Gaia Elisa Rossi è una psicologa clinica specializzata nella gestione dell’ansia e dello stress. Appassionata di prestigiazione fin da bambina, ha calcato palcoscenici internazionali arrivando a rappresentare l’Italia come finalista ai campionati europei e mondiali di magia. L’esperienza nel mondo dello spettacolo arricchisce la sua pratica clinica nella gestione delle emozioni e dello stress, offrendo un approccio fortemente concreto che le permette di comprendere e supportare al meglio i pazienti. È inoltre attiva in progetti di divulgazione che intrecciano psicologia e magia, sia per il pubblico italiano sia per quello internazionale.

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