Gender gap nel comparto energia, Hunters Group esorta a rimuoverlo al più presto
Secondo i dati contenuti nell'Osservatorio della società di ricerca e selezione di personale qualificato, infrangere il soffitto di cristallo nel comparto energetico è la vera chiave per valorizzare le competenze e accelerare la transizione sostenibile.
Nel comparto dell’energia il gender gap è ancora un problema: lo ha messo in luce una recente ricerca di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato, rielaborando i dati del loro Osservatorio.

Tra i risultati più interessanti, salta all’occhio la presenza di un 35% di profili nell’energy coperti da donne. Queste ultime sono poi presenti in aziende del Nord Italia, nel 37% dei casi, nel 39% in quelle del Centro e solo nel 28% dei casi in quelle del Sud.
Tra gli ulteriori fattori discriminanti conta, secondo l’Osservatorio, la questione delle retribuzioni, maggiori di quasi il 5-15% rispetto alla media nazionale nel Nord, al contrario di quanto accade al Sud.
La ricerca di Hunters Group cita anche la questione del mismatch formativo e delle barriere all’ingresso del mercato del lavoro. Dal loro punto di vista, si tratta di un problema che affonda le radici già nella scelta del percorso accademico, dal momento che tuttora solo una studentessa su quattro sceglie percorsi universitari di tipo scientifico, nonostante la propensione femminile alla sostenibilità superiore di 2,3 punti percentuali rispetto ai colleghi uomini.
Resta insomma tuttora in salita il percorso di ingresso delle giovani professioniste nel mondo del lavoro per la persistenza ancora oggi significativa della preferenza verso i candidati uomini. Ciò significa che, a parità di titoli di studio, il tasso di occupazione femminile resta inferiore del 15,2%.
Il dato citato dall’Osservatorio si traduce in una penalizzazione economica per le donne secondo la ricerca da non trascurare. Il gender pay gap si manifesta già a un anno dalla laurea, con una retribuzione annua lorda inferiore del 7,9% per le donne rispetto ai colleghi maschi di pari grado.
Come se non bastasse, l’assenza di una giusta presenza femminile ha conseguenze anche sul business e sul role model. Le aziende del comparto energia con donne ai vertici di aziende sono solo il 19%. La mancanza di diversità nei board genera tra l’altro una cosiddetta “visione a tunnel”, limitando lo sviluppo di soluzioni ibride e circolari necessarie per gli obiettivi 2030.
Secondo l’Osservatorio, però, i dati raccolti mostrano già la soluzione: la leadership femminile genera inclusione. Nelle aziende guidate da un CEO donna, la presenza femminile totale sale al 33,8%, contro il 23,4% delle realtà con guida maschile. Le figure femminili al vertice agirebbero quindi come un acceleratore naturale per l’abbattimento delle barriere interne.
Tra le opportunità che potrebbero coinvolgere maggiormente le donne molte hanno a che fare con l’innovazione tecnologica e la gestione degli asset. Secondo Hunters Group il mercato premierà in particolare i “BESS Specialist” e i professionisti in ambito Grid & Permitting. In questo scenario, l’evoluzione il consolidamento di ruoli quali l’ESG & Sustainability Manager, una posizione che vede già una partecipazione femminile del 61%, rappresenterebbe secondo l’Osservatorio la nuova frontiera per lo sviluppo e la valorizzazione del talento femminile.
Sui risultati della ricerca Joelle Gallesi, Managing Director di Hunters Group, ha detto: «Ignorare questi dati significa condannare il settore a una perdita di competitività. Il gap salariale e i bias culturali agiscono come deterrenti, spingendo le migliori professioniste verso ambiti più inclusivi e restringendo ulteriormente l’offerta di competenze tecniche in un mercato già povero di candidati».
Detto in altri termini, investire di più sulle donne non è solo una questione di equità, bensì di necessità strutturale. Joelle Gallesi infatti aggiunge: «Il settore energy in Italia sta affrontando una fase critica: un ricambio generazionale accelerato si somma a una carenza cronica di profili STEM, con un deficit stimato tra i 7.000 e i 10.000 esperti ogni anno. In questo scenario, il ridotto coinvolgimento delle donne non rappresenta più solo un limite etico, ma un rischio operativo concreto che rallenta la capacità di esecuzione della transizione ecologica nelle nostre aziende».
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