AI e lavoro: spariscono i junior nelle big company, crescono nelle startup

Secondo la società benefit Startup Geeks, l'intelligenza artificiale comprime il primo ingresso nelle grandi aziende, ma accelera responsabilità e produttività nelle imprese innovative

L’intelligenza artificiale provoca un “effetto imbuto”, detto anche job hugging, e a “soffrirne” sono innanzitutto i profili junior nelle aziende tradizionali, ma non nelle startup. Lo sostiene Startup Geeks, società benefit fondata nel 2020 da Alessio Boceda e Giulia D’Amato con l’obiettivo di rendere l’imprenditoria più accessibile in Italia attraverso formazione pratica, metodi validati e un network dedicato. Analizzando un campione di circa 400 progetti condotti su 120 startup, è emersa la contraddizione presente nel mercato del lavoro italiano.

Secondo la loro prospettiva, le startup che integrano strumenti di AI nei primi 12 mesi di attività registrano una maggiore velocità di esecuzione e tempi più rapidi di test sul mercato rispetto a quelle che non lo fanno, anche fino al 30% in più. Ciò significa una maggiore necessità di talenti capaci di usare la tecnologia come leva di produttività, non come sostituto del lavoro umano.

Eppure, continua Startup Geeks, analisi recenti sulle posizioni aperte mettono in evidenza una diminuzione delle offerte di lavoro destinate agli entry-level di oltre il 10% negli ultimi tre anni, mentre la domanda di competenze legate all’AI è cresciuta di oltre il 100% dal 2020. In Italia, la quota di ruoli junior sul totale delle offerte per lavori specializzati in automazioni e AI sarebbe passata dal 26% al 17% in due anni, anche questo segnale di un restringimento dell’ingresso tradizionale nel mercato del lavoro.

Alessio Boceda

Il risultato è per l’appunto un effetto imbuto che alimenta anche il fenomeno del job hugging. Con quest’ultima espressione si indicano i giovani professionisti che restano ancorati a posizioni con poche prospettive di crescita per paura di non trovare alternative in un mercato percepito come più selettivo. Secondo ManpowerGroup sarebbero ad esempio ben due terzi i cosiddetti candidati passivi, ossia lavoratori che non vogliono cambiare azienda, ma tengono un occhio sul mercato del lavoro senza candidarsi attivamente.

Eppure, secondo Startup Geeks sarebbe maturo il tempo per fare esattamente il contrario. Lo attesta il lavoro svolto dalla società benefit durante il 2025 su circa 120 startup operanti in settori come fintech, healthtech, climate & sustainability, foodtech, edtech, servizi B2B digitali e AI-based solutions: circa 400 i progetti imprenditoriali curati ad hoc per loro.

Grazie a questo tipo di collaborazione, è emerso un dato chiaro: nelle startup l’AI non riduce il numero di giovani coinvolti, ma ne aumenta l’impatto. Lo sottolinea in particolare Alessio Boceda, founder di Startup Geeks, in questo modo: «Le imprese early-stage e le scale-up, per definizione orientate alla crescita, integrano fin da subito strumenti di automazione, copiloti AI, piattaforme no-code, CRM intelligenti e sistemi di analytics nei flussi quotidiani. Questo consente a profili junior di lavorare direttamente su validazione prodotto, acquisizione clienti, sviluppo di processi e ottimizzazione delle metriche di business già nei primi mesi».

Per Startup Geeks, insomma, il primo gradino non viene eliminato: viene accorciato: «La differenza rispetto alle grandi organizzazioni è culturale prima che tecnologica: nelle corporate l’AI viene spesso introdotta come strumento di efficientamento; nelle startup come strumento di scalabilità», prosegue Boceda.

In un Paese come l’Italia, la tecnologia non sarebbe quindi un rischio per i giovani, ma proprio l’opposto. Ribadisce infatti Boceda: «Il problema è quando le organizzazioni non ripensano il modo in cui li fanno entrare. Nelle startup vediamo profili junior che generano impatto già nei primi sei mesi, perché lavorano su output misurabili e non su task ripetitivi».

Secondo Startup Geeks, in conclusione, contro il modello corporate tradizionale che continua (almeno per il momento) a comprimere il primo gradino, l’ecosistema startup e scale-up dimostra che è possibile trasformare la tecnologia in un acceleratore di competenze, responsabilità e produttività. Il che significa che non è vero che c’è meno lavoro per i giovani, ma lavoro diverso, più veloce, più misurabile e più di qualità.

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