Perfezionismo e performance: quando l’eccellenza diventa pressione
Essere imperfetti fa parte della natura umana. Dovremmo ricordarcelo sempre quando ci facciamo prendere da "attacchi di perfezionismo", dannosi per le nostre performance al lavoro e in generale nella vita. La contributor Gaia Elisa Rossi ci spiega come riconoscerli e soprattutto come depotenziarli.
di Gaia Elisa Rossi*

Il perfezionismo, nel contesto lavorativo, viene spesso confuso con l’eccellenza. È associato a precisione, affidabilità, standard elevati. Ma non sempre coincide con il desiderio sano di fare bene. Più che riguardare l’essere i migliori in un determinato ambito, il perfezionismo ha a che fare con una sensazione persistente: non arrivare mai. Non sentirsi mai abbastanza. Non essere mai adeguati, indipendentemente dai risultati oggettivi.
È proprio questa percezione di “non arrivare” a generare una voce interiore particolarmente severa. Una voce che minimizza i successi e amplifica gli errori. In chiave professionale, ciò si traduce spesso in una dinamica ben riconoscibile: poca gioia nei risultati raggiunti e molta autocritica per ciò che non è stato impeccabile. Una presentazione ben riuscita può essere ricordata solo per l’unico momento di esitazione. Un progetto concluso con successo può lasciare spazio al rimuginio su ciò che si sarebbe potuto fare meglio. Anche i feedback positivi faticano a sedimentare, perché l’attenzione è costantemente orientata verso ciò che manca, non verso ciò che funziona.
Nel breve periodo, questo meccanismo può alimentare produttività e prestazioni elevate. Sul lungo periodo, però, rischia di erodere motivazione, benessere e senso di efficacia. Quando il valore personale viene legato esclusivamente alla performance, ogni imperfezione assume il peso di una minaccia identitaria. Il lavoro non è più solo uno spazio di espressione e crescita, ma diventa il campo in cui si gioca costantemente la propria legittimità.
Per contrastare questa insidiosa quanto diffusa inclinazione, una prima strategia utile consiste nel creare distanza dai propri pensieri. Quando l’autocritica si attiva con frasi come «è stato un disastro» o «non sono all’altezza», può essere efficace spostare la prospettiva temporale. Ci si può chiedere: «Come verrà percepito questo episodio domani mattina?». Molte preoccupazioni, osservate a distanza di poche ore, perdono intensità.
Ampliare ulteriormente l’orizzonte temporale può essere ancora più utile: tra tre mesi, questo errore avrà davvero la stessa rilevanza? Sarà ancora così centrale nella propria traiettoria professionale? Questo esercizio non nega l’importanza della responsabilità, ma aiuta ad assumere una visione dall’alto su quanto accaduto.
Un’altra modalità di distanziamento riguarda il linguaggio interno. Nei momenti di forte autocritica, può essere utile evitare l’uso esclusivo della prima persona. Invece di pensare «non posso credere di aver commesso quell’errore, è stato stupido», si può provare a riformulare il tutto distanziandosi da se stessi: «Hai commesso un errore. Ti senti male in questo momento. Ma non ti sentirai così per sempre. E non sei l’unica persona a cui è successo». Questo lieve cambiamento linguistico favorisce una prospettiva più equilibrata e meno fusa con l’emozione immediata, facilitando un atteggiamento più regolato e meno punitivo.
Un passaggio centrale, successivamente, riguarda l’accettazione del “sufficientemente buono”. Per chi presenta tratti perfezionistici, nulla sembra mai davvero abbastanza. L’idea di fermarsi prima di aver raggiunto uno standard ideale può essere vissuta come una rinuncia o una perdita di valore. Eppure, accettare ciò che è adeguato e funzionale, senza spingersi costantemente oltre i propri limiti, rappresenta una competenza psicologica cruciale. Significa riconoscere che tempo ed energie sono risorse finite e che il valore professionale non coincide con l’iper-investimento continuo.
In ambito lavorativo, questo può tradursi in scelte concrete: stabilire criteri chiari di completamento di un compito, definire priorità realistiche, limitare il numero di revisioni quando il miglioramento diventa marginale. Può significare anche concedersi pause senza viverle come colpe, o accettare che non ogni progetto rappresenti il proprio capolavoro.
Infine, è utile comprendere la funzione che il perfezionismo svolge. Spesso rappresenta una strategia di protezione. È una sorta di armatura indossata per ridurre la vulnerabilità: se tutto è impeccabile, si riduce il rischio di critica o rifiuto. Tuttavia, questa armatura comporta un costo elevato. Mantiene costantemente attiva la tensione e rende difficile sperimentare soddisfazione autentica.
Coltivare auto-compassione non significa giustificare errori o rinunciare all’impegno. Significa riconoscere che l’imperfezione è parte dell’esperienza umana e professionale. Significa trattarsi con la stessa comprensione che si riserverebbe a un collega stimato in difficoltà. Un atteggiamento auto-compassionevole non riduce la qualità del lavoro, ma permette di sostenere l’impegno nel tempo senza esaurirsi.
Vivere meglio il perfezionismo non implica eliminarlo del tutto. Gli standard elevati possono restare una risorsa preziosa. La differenza sta nel passare da una logica di “mai abbastanza” a una logica di crescita sostenibile. Riconoscere i propri limiti, accettare il margine di errore e concedersi il diritto di essere imperfetti non riduce la professionalità. Al contrario, può restituire energia, lucidità e, soprattutto, la possibilità di provare soddisfazione per ciò che si è effettivamente realizzato.

*Chi è l’autrice
Gaia Elisa Rossi è una psicologa clinica specializzata nella gestione dell’ansia e dello stress. Appassionata di prestigiazione fin da bambina, ha calcato palcoscenici internazionali arrivando a rappresentare l’Italia come finalista ai campionati europei e mondiali di magia. L’esperienza nel mondo dello spettacolo arricchisce la sua pratica clinica nella gestione delle emozioni e dello stress, offrendo un approccio fortemente concreto che le permette di comprendere e supportare al meglio i pazienti. È inoltre attiva in progetti di divulgazione che intrecciano psicologia e magia, sia per il pubblico italiano sia per quello internazionale.
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