Sì all’alleanza tra insegnanti e genitori per combattere la solitudine dei ragazzi

La nostra contributor Claudia Bassanini si sofferma sulla relazione spesso problematica tra gli adulti responsabili dell'educazione dei nostri ragazzi. Solo il dialogo vero, favorito da luoghi concepiti ad hoc per questo scopo, può spezzare il cortocircuito negativo che si crea tra loro, come ricorda anche lo psicologo Gustavo Pietropolli Charmet

di Claudia Bassanini*

«Non è mio figlio che fa fatica, è l’italiano che fa schifo». Il papà di Marco se ne va lasciandomi lì, un po’ interdetta. L’unica immagine che mi viene in mente è quella di un cortocircuito e io ci sono appena finita dentro. Faccio sempre più fatica a raccontare ai genitori delle problematiche dei loro figli. È come se li stessi accusando di non essere capaci di educare, di non essere all’altezza del (difficilissimo) compito che hanno. Ma non è così. Gli errori sono solo indicazioni di percorso, non verdetti. E nell’errore ci stiamo dentro tutti: ragazzi, genitori, insegnanti. Perché non affrontarlo insieme?

Il rapporto scuola-famiglia non è facile. Ci sono mille componenti che interagiscono: aspettative, affetto, valutazione, relazione, partecipazione, fiducia, contesto, regole. Come sempre, abbiamo a che fare con la complessità.
Io sono un’insegnante, ma anche un genitore, e capisco le posizioni di entrambe le parti. Spesso mi sono trovata in mezzo al guado, bloccata. Parlo da genitore o parlo da insegnante?

Eppure, queste due posizioni non dovrebbero essere in contrasto. Dovremmo trovarci tutti sulla stessa parte del fiume. Dobbiamo arrivare a una situazione di equilibrio e di benessere. Ma come?

Rimango lì a guardare il papà di Marco allontanarsi arrabbiato. In venticinque anni di servizio ho conosciuto tante famiglie: i genitori di Miriam, 13 anni, che a colloquio hanno contestato alcuni argomenti scolastici troppo espliciti per i fragili nervi dei preadolescenti. La figlia ha avuto un attacco di panico ripensando alla lezione sulla Seconda guerra mondiale. «Meglio evitare di parlare di violenza in classe», mi ha detto il padre, mentre lo guardavo perplessa, pensando alla Shoah.

La mamma e il papà di Giorgio, 12 anni: il figlio era bravissimo in tutto, ma non bastava mai. Il ragazzo non poteva mai prendere un voto inferiore al nove. Sarebbe stato vissuto come un fallimento familiare. Giorgio viveva tutto come una sfida personale, anche i giochi a scuola: doveva vincere sempre, a costo di inimicarsi i compagni.

I genitori di Enrica, 11 anni: una volta la figlia è stata male, è svenuta in classe. Ho telefonato subito alla madre, che si è presentata a scuola solo dopo aver finito la sua lezione di zumba. È arrivata prima l’ambulanza. Enrica ha sorriso bonaria dicendomi che la sua mamma non avrebbe mai rinunciato alle sue sedute in palestra. Neanche per lei.

La mamma di Tobia, 10 anni: da sola ha cresciuto tre figli. Tobia aveva seri problemi a scuola, ma lei non riusciva proprio a trovare il tempo per incontrare gli insegnanti. Il lavoro, la casa, il dentista. La scuola talvolta intimorisce anche i grandi.

D’altra parte, ci sono gli insegnanti: alcuni mettono in dubbio la capacità educativa dei genitori senza alcuna remora, incolpandoli delle carenze scolastiche e dei comportamenti inadeguati dei figli. Ho intercettato una volta un paio di genitori reduci da questo tipo di colloqui. Mi hanno confessato di non essersi mai sentiti tanto inadeguati in vita loro. Altri docenti invece suggeriscono ai parenti di evitare di far perdere tempo alla scuola se non ci sono voti insufficienti da discutere, come se l’esperienza scolastica si riducesse davvero a una mera questione di numeri. Questo è capitato a me, da madre.

La scuola sembra fatta di universi paralleli che non si guardano. Eppure, il punto di intersezione è lì: sono i nostri ragazzi. Si crea una triangolazione in cui lo studente viene rimpallato tra scuola e famiglia, aumentando ansia, aggressività e, nei casi più gravi, autolesionismo. Mancano fiducia reciproca, collaborazione, punti di riferimento comuni. Manca una comunità educativa.

Lo psicologo Gustavo Pietropolli Charmet spiega il cortocircuito: per gli insegnanti servono regole, disciplina, ordine. Per le famiglie le regole vanno contrattate, perché ogni ragazzo possa scoprire la propria identità dedicandosi al culto di sé. Regole stringenti contro massima libertà: posizioni inconciliabili.

Così non si va da nessuna parte. Bisogna creare una nuova alleanza. Ma come?
Dobbiamo dialogare davvero, uscendo da certezze e pregiudizi. Confrontarci sulla direzione comune, perché insieme aiutiamo i ragazzi a sviluppare il loro potenziale. Charmet sostiene che i giovani abbiano bisogno di riconoscimento, motivazione, affetto, fiducia, comprensione del valore del compito affidato. Hanno bisogno di adulti che li sappiano decifrare con un nuovo codice, di adulti competenti. È questa la vera sfida per genitori e insegnanti.

Mi viene in mente quella volta in cui una ragazzina ha messo un biglietto nell’astuccio di una collega, senza che se ne accorgesse. Il pizzino diceva: «Grazie, prof, perché quando parliamo ci ascolta davvero». Ecco quello che chiedono: essere visti e ascoltati. Essere accolti. Essere compresi.

Esistono già esperienze interessanti: scuole per genitori, centri di ascolto, laboratori educativi. Ma servono più spazi dove genitori e insegnanti possano confrontarsi insieme, non separatamente. Centri dove trovare supporto psicologico ed educativo non come fallimento personale, ma come opportunità di crescita comune. Dove imparare a vedere i ragazzi con occhi nuovi, a intercettare generazioni così diverse dalle nostre.

Avere centri di questo tipo aiuterebbe genitori e insegnanti a sviluppare migliori capacità relazionali. Permetterebbe di conoscerci meglio, di comprendere l’altro e così costruire insieme una nuova alleanza educativa, basata su fiducia e comprensione reciproca. Perché senza un’alleanza tra adulti, non c’è comunità. E senza comunità, i ragazzi restano soli.

*Chi è l’autrice

Claudia Bassanini è un’insegnante con una ventennale esperienza in scuole ad alta complessità. Il suo approccio educativo è centrato sulla crescita personale e sulla valorizzazione delle capacità individuali, attraverso la costruzione di relazioni positive e personalizzate. Convinta che la famiglia e il contesto siano radice, sostegno e trampolino di lancio nella storia di ciascuno, utilizza una metodologia sistemica che tenga conto delle esigenze del singolo alunno, delle peculiarità familiari, delle possibilità della scuola e delle aspettative del mondo che accoglierà i ragazzi alla fine degli studi.

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