Vibe coding e accessibilità digitale: un connubio possibile nel nome dell’inclusione

Navigazione da tastiera complicata, focus poco chiaro e feedback insufficienti per screen reader: AccessiWay, azienda specializzata in accessibilità digitale, mette in guardia sui potenziali rischi del vibe coding e spiega come utilizzarlo nel modo più corretto e inclusivo possibile.

La produttività ha ricevuto un grande boost dal vibe coding, il nome che indica un modo di sviluppare i software basato sulla interazione continua con l’intelligenza artificiale generativa. Noto anche come interazione conversazionale con strumenti di AI, questo tipo di approccio presenta diverse criticità sotto il profilo della sua accessibilità. Si tratta di un problema particolarmente sentito dalle persone disabili, come ha raccontato una ricerca presentata alla 27esima Conferenza ASSETS, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati al tema dell’accessibilità.

A citare lo studio, è AccessiWay, realtà europea impegnata nella promozione dell’accessibilità digitale, che invita a non sottovalutare la questione, considerando anche la recente entrata in vigore dell’European Accessibility Act, che rafforza gli obblighi di inclusione per aziende e organizzazioni.

La ricerca in questione ha infatti analizzato alcuni dei più utilizzati strumenti di vibe coding, mettendo in luce le numerose barriere per sviluppatori non vedenti e ipovedenti che utilizzano screen reader e tecnologie assistive. Tra i problemi messi in luce, la presenza di tool con diversi problemi di navigazione da tastiera, di gestione poco efficace del focus e di feedback spesso insufficienti o esclusivamente visivi. In diversi casi, gli utenti non riuscirebbero proprio a seguire in modo chiaro le azioni compiute dall’intelligenza artificiale, con un conseguente aumento della complessità e del carico cognitivo. Interfacce apparentemente intuitive e ben progettate potrebbero insomma rivelarsi, nei fatti, difficili o impossibili da usare per sviluppatori con disabilità.

Jacopo Deyla

Sulla questione ha detto in particolare Jacopo Deyla, Chief Accessibility Officer di AccessiWay: «Non ci troviamo di fronte a problemi marginali – spiega – Ogni strumento di sviluppo deve affrontare una doppia sfida: essere accessibile di per sé e consentire la creazione di prodotti digitali accessibili. Oggi molti strumenti di vibe coding non soddisfano pienamente nessuna delle due condizioni, con il rischio di introdurre nuove barriere, invece di abbatterle».

Un ulteriore elemento critico riguarda il modo in cui questi strumenti vengono utilizzati. Dal momento che l’AI si fonda sulla restituzione di ciò che le viene chiesto, nella maggior parte dei casi gli sviluppatori non specificano nei prompt la necessità di creare interfacce accessibili. Il risultato è che i tool di AI coding ottimizzano soprattutto l’impatto visivo e la rapidità di esecuzione, lasciando l’accessibilità in secondo piano.

Oltretutto non è nemmeno raro che persino l’accessibilità generata in automatico dalla stessa AI finisca per fallire del tutto i suoi scopi. Ogni screen reader, sistema operativo e contesto di utilizzo, infatti, si comporta in modo diverso e un’applicazione che appare visivamente impeccabile può rivelarsi del tutto inutilizzabile per una persona non vedente, se presenta componenti molto interattivi privi dei corretti attributi.

A questo proposito, Deyla aggiunge: prosegue: «In AccessiWay lavorano sviluppatori non vedenti che utilizzano quotidianamente strumenti di AI coding e la loro esperienza in prima persona conferma questi limiti. Anche quando vengono richieste interfacce accessibili, il codice generato dall’AI risulta spesso incompleto, inadatto o impreciso e necessita di numerosi test e interventi correttivi».

Come risolvere in maniera efficace e comprovata i problemi del vibe coding utilizzato per progetti rivolti agli utenti finali? Secondo Deyla, «è fondamentale introdurre un checkpoint di accessibilità prima del go-live», ossia «prevedere test da tastiera, verifiche con screen reader e il coinvolgimento di esperti», che conclude secondo il Chief Accessibility Officer di Accessiway, «sono passaggi indispensabili, perché un digitale che corre veloce ma non è accessibile rischia di escludere, anziché includere».

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