Non spegnere per brillare: il futuro delle bambine, nel lavoro e nella vita

Una "famiglia Paloma" insegna alle bambine che i carichi di cura vanno distribuiti tra tutti. Solo così, quando le stesse saranno adulte, potranno costruire percorsi di vita e di lavoro davvero luminosi: l'articolo della nostra contributor Federica Celeste.

di Federica Celeste*

Le favole incidono in modo strutturale sulla costruzione degli stereotipi di genere perché agiscono in una fase preriflessiva dello sviluppo cognitivo. Attraverso archetipi semplificati e narrazioni ripetute, trasmettono modelli interiorizzati come naturali, prima ancora di essere valutati criticamente.

La principessa paziente e desiderabile e l’eroe attivo e risolutivo delineano un diorama in cui il femminile è associato all’attesa e alla cura, il maschile all’azione e al potere decisionale. Le storie per l’infanzia diventano così dispositivi di socializzazione primaria, capaci di orientare aspirazioni e percezioni di ruolo ben prima dell’esperienza diretta.

Dentro questo impianto narrativo, si radica il doppio standard, poi riprodotto da cinema, pubblicità e social: comportamenti identici vengono valutati in modo diverso a seconda del genere. L’ambizione maschile è letta come coraggio, quella femminile come eccesso; la trasgressione maschile è parte del viaggio eroico, quella femminile diventa colpa. Alle bambine si insegna implicitamente che il valore passa dall’essere scelte; ai bambini che deriva dal conquistare e guidare.

Destrutturare questi meccanismi significa riconoscere il potere formativo delle parole e rinegoziare i codici che definiscono ciò che appare normale, ma richiede consapevolezza. Per esempio, questa sensibilità manca spesso già fin da principio, quando si aspetta un figlio e ci si ripete che l’importante è che stia bene. Formula neutra solo in superficie, perché il genere continua a incidere sulle aspettative educative e sui costi, materiali e simbolici, che immaginiamo di dover sostenere. In molti contesti riemerge l’idea che “con i maschi si fa meno fatica”. Eppure, non è una questione di bambine bensì sul mondo che le attende.

Il celebre monologo nel film Barbie (Greta Gerwig, 2023) elenca con precisione queste contraddizioni: essere brillanti ma non intimidire, sicure ma non arroganti, belle ma non troppo, naturali ma impeccabili. Una ragazza intraprendente viene spesso giudicata aggressiva o frivola; un ragazzo determinato e passionale. Una donna assertiva è autoritaria; un uomo leader naturale. Chi cambia partner è instabile se donna, libero se uomo. Chi punta sulla carriera è fredda se donna, responsabile se uomo. Lo stesso tratto viene condannato al femminile e nobilitato al maschile, producendo asimmetrie di legittimazione che si sedimentano fin dall’infanzia.

A queste dinamiche corrispondono costi concreti. Il primo è economico: la cosiddetta pink tax rende sistematicamente più cari e di qualità inferiori prodotti equivalenti destinati alle donne, data la spesa ricorrente più frequente rispetto a quella maschile. Il costo della cura estetica viene banalizzato come superfluo, ma depilazione, capelli, pelle, abiti e trucco sono requisiti impliciti per apparire “naturali”.

L’effetto acqua e sapone richiede tempo, denaro e competenze: una prestazione, non un dono. E pesa su traiettorie professionali, relazionali e sulla qualità della vita, trasformando l’aspetto in un biglietto da visita per il lavoro e per il desiderio.

Con il tempo il conto cresce: trattamenti estetici, scarpe scomode, denti perfetti, l’illusione della naturalezza accompagnata da frasi come “preferisco le donne non truccate”. Chi non interviene rischia di essere giudicata trascurata; chi lo fa, finta. In entrambi i casi, deve giustificarsi.

C’è poi il costo simbolico dell’indipendenza. Una donna insicura è prevedibile, chiede conferme, confonde il controllo con la protezione. Una donna che non ridimensiona il proprio pensiero destabilizza e paga un prezzo reputazionale più alto. A questo si aggiungono i costi della sicurezza nello spazio pubblico, le spese sanitarie legate al ciclo e alla contraccezione, e quelli amplificati dalla maternità come pause di carriera e contributi più bassi.

Infine, il lavoro domestico e il carico mentale: pianificare, ricordare, organizzare, prendersi cura. Anche quando le donne lavorano a tempo pieno, questa responsabilità resta sproporzionata. Non è solo una questione di ore, ma di energia cognitiva costantemente assorbita.

L’educazione femminile continua a premiare l’adattamento e la capacità di non disturbare. Piacere diventa una competenza, smettere di piacere una minaccia. Alle figlie andrebbe insegnato presto che non piacere non è una colpa. Accettare la disapprovazione significa sottrarsi al ricatto del consenso: poter dire no senza spiegarsi, deludere senza sentirsi cattive, uscire da una stanza o da una relazione senza chiedere permesso. Il corpo non è una valuta di scambio, né l’attenzione maschile un salario emotivo.

Questa libertà passa anche dall’indipendenza economica quotidiana: potersi pagare le cene, evitare contratti sociali impliciti, separare il desiderio dall’obbligo. Imparare a lavorare presto, a gestire il denaro, a cercare opportunità, a cavarsela. Una forza che rende libere di scegliere e di conoscersi.

Crescere una figlia può essere faticoso perché significa prepararla a tutto questo. Ma è altrettanto complesso crescere figli maschi empatici, autonomi, capaci di non scaricare questi costi su qualcun altro. La responsabilità non passa solo dalla protezione delle figlie, ma anche dall’educazione dei figli.

Solo un’alleanza reale può scardinare queste credenze: famiglie alla pari, carichi di cura negoziati, identità che non si costruiscono sulla superiorità. Stare accanto senza ridurre, senza appropriarsi, senza competere. Una famiglia Paloma che non ha bisogno di spegnere qualcuno per sentirsi accesa.

* Chi è l’autrice

Pedagogista delle organizzazioni e ingegnera gestionale, Federica Celeste è ricercatrice internazionale per il Politecnico di Milano. Oggi si occupa di formazione, benessere e gestione del cambiamento, dentro e fuori le aziende. Con un’anima divisa tra i numeri e le crepe psicologiche delle persone, le piace indagare il lato oscuro, ambiguo e tagliente delle storture lavorative. Appassionata di cinema e attivista per i diritti umani e animali, crede in un’idea di sostenibilità informata, anche se sa benissimo dove finiscono le buone intenzioni quando si scrive un post su LinkedIn.
Paloma nasce proprio dal suo bisogno di non smettere di metterci il cuore, mettendoci però il becco. Troppo giovane per essere vecchia, troppo vecchia per essere giovane, scrive e lavora da quell’età di mezzo in cui la lucidità è un superpotere. E anche una condanna.

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