Talenti STEM al palo: l’analisi di Fondazione Deloitte
Secondo i dati raccolti dall'Osservatorio STEM di Deloitte, più di un’azienda su due segnala difficoltà nel reperire profili con competenze tecnico scientifiche, conseguenza di una forte stagnazione nel numero degli studenti europei che decidono di formarsi in questo ambito
Si chiude domani la Settimana delle STEM, organizzata per promuovere lo studio delle discipline Science, Technology, Engineering e Mathematics tra le generazioni più giovani e in particolare tra le ragazze. Il valore strategico dell’iniziativa è sottolineato da Guido Borsani, Presidente di Fondazione Deloitte, intervenuto sul tema delle competenze STEM su Voices, la piattaforma che ospita commenti a firma degli esperti dell’azienda.
«La Settimana delle STEM – ha detto Borsani – non è soltanto un appuntamento simbolico dedicato alla promozione delle discipline tecnico-scientifiche. È, soprattutto, un promemoria strategico: la capacità di un Paese – e dell’Ue nel suo complesso – di innovare, industrializzare nuove tecnologie e competere sulle catene del valore dipende in modo diretto dalla disponibilità di competenze scientifiche e tecnologiche».

Partendo da questa prospettiva, l’Osservatorio STEM di Deloitte e Fondazione Deloitte restituiscono quindi un messaggio chiaro: «L’Ue deve accelerare sulla diffusione di competenze STEM».
Secondo i dati in loro possesso, il numero di iscritti a percorsi di formazione terziaria in ambito tecnico-scientifico sarebbe purtroppo in stagnazione.
Solo il 26,5% degli studenti universitari europei sarebbe infatti iscritto a percorsi STEM. Un valore pressoché invariato rispetto alla rilevazione precedente (26,6%) e sostanzialmente fermo da oltre un decennio. Nel frattempo, però, la domanda di competenze tecniche e scientifiche è aumentata esponenzialmente.
«E quando l’offerta formativa non si espande mentre la domanda accelera, l’esito è un disallineamento strutturale», aggiunge ancora Borsani, che ricorda come più di un’azienda su due segnali «difficoltà nel reperire profili con competenze adeguate. Non è un dato congiunturale: è un vincolo di crescita, che si traduce in ritardi nella realizzazione di progetti, costi di ricerca e selezione più elevati, e minore capacità di scalare l’innovazione».
Oltretutto, secondo l’Osservatorio di Deloitte, «gli iscritti a percorsi di studio ICT rappresentano appena il 20,6% del totale STEM», commenta ancora il Presidente della Fondazione.
Tra le criticità che saltano ancora all’occhio in questo ambito è la presenza ancora marcata del divario di genere. Sempre secondo i dati in loro possesso, pur rappresentando il 55,1% degli studenti universitari analizzati nel 2023, le donne iscritte in ambito STEM sono solo il 32,2%, con una crescita di appena 0,3% rispetto al 2022.
Il problema, inoltre, non è omogeneo: si concentra dove la competizione per i talenti è già più intensa. Le ragazze sono minoranza in Ingegneria (27,5%) e soprattutto in ICT (20,6%). L’unico ambito in cui si è raggiunta la parità è quello di scienze naturali, matematica e statistica, con il 50,6% di iscritte.
«Quando le donne restano ai margini dei settori a più alto valore aggiunto, come ICT e ingegneria – commenta ancora Borsani – si consolida una segmentazione del mercato del lavoro in cui l’accesso alle professioni meglio retribuite, più dinamiche e con maggiori prospettive di leadership rimane sbilanciato. Il risultato è un ciclo che si autoalimenta: la scarsa presenza femminile nei ruoli tech riduce i role model disponibili, indebolisce le aspettative sociali positive e, di conseguenza, porta meno ragazze a sentirsi legittimate a intraprendere questi percorsi».
Ma non si tratta solo di una questione di equità: secondo Borsani, «in una fase di scarsità di competenze, un continente che non riesce ad attivare pienamente il proprio potenziale femminile nelle aree tecnologiche riduce ulteriormente la propria capacità di crescita».
Nella scelta di una facoltà STEM conta ancora moltissimo l’atteggiamento della famiglia. Secondo l’Osservatorio Deloitte, il 51% degli studenti STEM indica infatti i familiari come fattore decisivo. Questa influenza si intreccia con barriere culturali e percezioni radicate che alimentano auto-esclusione.
Tra i giovani intervistati da Deloitte, sei studenti non STEM su dieci dichiarano di aver considerato un percorso scientifico, ma molti vi hanno rinunciato perché lo hanno ritenuto “troppo difficile” (33%) o perché convinti di “non essere portati” (30%).

«È un dato molto significativo», aggiunge ancora Borsani, «la selezione non avviene solo attraverso i risultati scolastici, ma attraverso rappresentazioni culturali che “spostano” i giovani lontano dalle STEM prima ancora che possano sperimentarle davvero. Queste dinamiche pesano ancora di più sulle ragazze».
Proprio le giovani studentesse si ritrovano ancora a pronunciare l’espressione “non fa per me” davanti all’eventualità di frequentare una facoltà scientifica. In più, secondo i dati Deloitte, infatti, oltre sette su dieci tra studentesse e giovani lavoratrici STEM dichiarano di aver assistito a episodi discriminatori e il 48% delle studentesse afferma di averli subiti in prima persona. La conseguenza è doppia: si riduce l’ingresso nei percorsi e aumenta la dispersione lungo i percorsi formativi e professionali.
Come aggirare l’ostacolo della penuria di talenti STEM patita dal mercato del lavoro globale?
Secondo l’Osservatorio, circa un’azienda su tre indica la competizione internazionale come fattore che rende più complesso trattenere personale qualificato: segnale che il mercato dei talenti è ormai globale e che la “retention” deve essere parte integrante della strategia competitiva.
Di fronte a questo scenario, 8 aziende su 10 chiedono interventi pubblici mirati a rafforzare l’offerta formativa nazionale e a potenziare gli scambi tra università e mondo del lavoro.
«Senza un ponte stabile tra formazione e fabbisogni, il mismatch tenderà a diventare permanente e l’Europa continuerà a perdere competitività», conclude Guido Borsani.
NEWS CORRELATE