La verità nel lavoro? Quando benessere, leadership e performance non confliggono più
Il nostro contributor Franco Zullo ripercorre i momenti salienti della serata di presentazione del suo libro SMARTER organizzata nella sede della Fondazione Atm in collaborazione con il gruppo ARTeManagement di AIDP Lombardia.
di Franco Zullo*

C’è un momento, in alcuni incontri, in cui la conversazione smette di essere teoria e diventa esperienza.
Succede quando qualcuno pone una domanda semplice, ma impossibile da evitare. Alla Fondazione ATM di Milano, durante la presentazione del mio libro SMARTER, lo scorso 2 febbraio, quel momento è arrivato più di una volta.
L’evento, promosso dal gruppo ARTeManagement di AIDP Lombardia, nasceva da una domanda radicale: è possibile ottenere risultati senza esaurire le persone?
Una domanda che oggi attraversa molte organizzazioni, spesso sottovoce.
Viviamo in un’epoca in cui alle aziende si chiede sempre di più: velocità, adattamento continuo, risultati immediati. Eppure, sempre più spesso, il prezzo di questa accelerazione resta implicito, non dichiarato, talvolta persino negato. Stress, overload, perdita di focus, dispersione di energia non sono più eccezioni, ma esperienze diffuse.
Fin dall’inizio, il filo conduttore della serata è stato chiaro: guardare il lavoro per ciò che è davvero, senza retorica. Proprio come Caravaggio, a cui si ispirava il titolo dell’incontro, guardava la realtà senza idealizzarla.
Perché, come nell’arte, anche nelle organizzazioni la verità è spesso il primo passo verso il cambiamento.
La verità scomoda sul benessere
Una delle riflessioni più forti emerse durante il confronto — arricchito dai contributi di valore di persone illuminate e pragmatiche come Laura Bruno, Paola Corna Pellegrini e Anna Illiano, con la moderazione attenta, sensibile e professionale di Rossella Cardinale — riguarda un paradosso sempre più evidente.
Molte organizzazioni parlano di benessere, ma continuano a progettare il lavoro come se energia, attenzione e lucidità fossero risorse infinite.
Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di mancanza di buona volontà.
Piuttosto, manca ancora una piena integrazione tra benessere, produttività e performance nei modelli organizzativi.
Il benessere viene spesso trattato come un’iniziativa parallela, un progetto, un benefit. Ma raramente diventa un criterio con cui si definiscono priorità, carichi di lavoro, modalità di collaborazione o stili di leadership.
Eppure i dati e le esperienze raccontano altro: una quota significativa di persone affronta in silenzio forme di malessere legate al lavoro (una persona su due), mentre stress e burnout (coinvolge il 70% dei lavoratori italiani, fonte GoodHoabitz) sono sempre più diffusi.
In questo scenario, continuare a intervenire solo sugli individui, senza rivedere i sistemi, rischia di diventare inefficace.
Il messaggio emerso con chiarezza è che il benessere non si crea con iniziative isolate, ma con scelte organizzative quotidiane.
Il benessere dipende da:
– come definiamo le priorità;
– quante cose chiediamo di fare;
– come gestiamo le urgenze;
– quale esempio danno i leader.
Sono queste le leve che fanno la differenza.
Performance, produttività e benessere: tre elementi di un unico sistema
Il metodo SMARTER nasce proprio dall’idea che performance, produttività e benessere non siano dimensioni in competizione, ma parti di uno stesso sistema.
Durante la serata, una metafora ha reso questo concetto particolarmente chiaro:
la performance è la vetta, la produttività è il sentiero, il benessere è l’energia con cui si sale.
Se manca uno di questi elementi, il percorso si interrompe o perde significato.
Questo cambio di prospettiva implica anche un cambiamento culturale: smettere di misurare il lavoro solo in termini di tempo e iniziare a considerare l’energia, la qualità dell’attenzione, la chiarezza delle priorità.
Tre leve semplici per cambiare davvero
Uno dei momenti più concreti del confronto è stato dedicato a una domanda pratica: cosa può fare un team, già nei prossimi sette giorni, per lavorare meglio?
Sono emerse tre leve semplici, ma di grande impatto:
– fare chiarezza sulle priorità, perché molto dello stress non nasce dal troppo lavoro, ma dall’ambiguità;
– gestire l’energia, non solo il tempo, creando spazi di lavoro profondo e riducendo le interruzioni inutili.
– coltivare la consapevolezza, fermandosi a osservare cosa funziona e cosa no, individualmente e come team.
Si tratta di tre pratiche che non richiedono rivoluzioni, ma che possono avviare un cambiamento reale, perché incidono sulle abitudini quotidiane.
Un momento di ascolto collettivo
A un certo punto della serata abbiamo allargato la conversazione alla sala con una domanda semplice, ma capace di fermare per un attimo il flusso delle idee: «Quale di queste abitudini, se cambiata davvero, farebbe la differenza nella tua organizzazione?».
Insieme abbiamo individuato cinque le possibilità tra cui scegliere:
– proteggere il focus, riducendo il multitasking e creando spazi di lavoro senza interruzioni;
– iniziare la giornata chiarendo una o tre priorità vere, invece di inseguire liste infinite;
– chiudere le giornate con un momento di riflessione;
– gestire l’energia, non solo il tempo;
– parlare apertamente di carichi, limiti ed energia nei team.
Mentre le persone votavano, nella sala si percepiva qualcosa di particolare: non era solo un sondaggio, era un momento di consapevolezza collettiva. Ognuno, per qualche secondo, stava pensando al proprio modo di lavorare, al proprio team, alle proprie abitudini.
Le risposte hanno restituito una fotografia molto chiara.
La priorità più votata, con il 28%, è stata iniziare la giornata chiarendo poche priorità vere.
Subito dopo, con il 24%, gestire l’energia, non solo il tempo.
Poi proteggere il focus (20%) e parlare apertamente di carichi ed energia nei team (19%). Solo il 9% ha indicato la riflessione di fine giornata, che pure resta una delle pratiche più potenti per generare apprendimento.
Questi numeri raccontano qualcosa di più di una preferenza: raccontano il bisogno diffuso di chiarezza, di lucidità, di spazi mentali per lavorare meglio.
Raccontano quanto il problema, oggi, non sia soltanto fare troppo, ma fare senza direzione.
Leadership: dalla quantità di azione alla qualità dell’energia
Un altro tema centrale dell’incontro è stato il ruolo della leadership in un contesto complesso e iperstimolato.
Sempre più spesso si parla di consapevolezza come competenza chiave. Ma cosa significa, concretamente, per un leader?
Una risposta emersa con forza è stata questa: un leader diventa consapevole quando smette di misurarsi su quanto fa e inizia a osservare che energia rende disponibile nelle relazioni.
La leadership non è solo orientamento al risultato, ma capacità di creare le condizioni perché le persone possano lavorare bene, con chiarezza, fiducia e responsabilità.
Una metafora che ho utilizzato durante la tavola rotonda ha provato a sintetizzare efficacemente questa visione: l’organizzazione è come un ponte tra obiettivi e risultati sostenibili.
Le persone sono i pilastri.
I processi sono la strada.
La leadership è la struttura che distribuisce il carico, mantiene l’equilibrio e rende possibile l’attraversamento.
Guidare, oggi, significa soprattutto presenza e dirigere attenzione, intenzione ed energia.
Dal dichiarato al vissuto: dove nasce il vero cambiamento
Forse il messaggio più potente emerso dalla serata è stato anche il più semplice:
il cambiamento organizzativo non passa dagli slogan, ma dalle abitudini quotidiane. Dalle priorità che vengono chiarite. Dalle riunioni che finiscono prima. Dalle pause rispettate. Dalle conversazioni oneste sui carichi e sui limiti. Dall’esempio concreto dei leader, ogni giorno.

La trasformazione culturale non è un evento, ma un processo che richiede tempo, intenzione e responsabilità condivisa.
La verità che resta
Durante l’incontro ho sentito tanto calore ed affetto, ma anche tanta energia e ascolto attivo.
Quando l’incontro si è concluso e le persone hanno iniziato a fermarsi a parlare, continuando la conversazione davanti a un aperitivo, la sensazione era chiara: qualcosa si era mosso.
Non perché fossero state date tutte le risposte.
Ma perché erano state fatte le domande giuste.
E forse è proprio questo il senso più profondo di incontri come questo: ricordarci che il lavoro non è fatto solo di processi, strumenti e risultati, ma di persone, energia, relazioni, significato.
E che il vero cambiamento, quasi sempre, inizia da una domanda semplice: cosa possiamo fare, già da domani, in modo leggermente diverso da oggi?
È lì che comincia la verità.
Ed è sempre da lì che comincia anche il cambiamento.

Strategic Advisor per CEO, HR e Team Leader, da oltre 20 anni Franco Zullo supporta le organizzazioni nel ripensare i modelli di lavoro e di business per migliorare performance, produttività, benessere e impatto. È autore e speaker internazionale su temi legati al futuro del lavoro, alla strategia della performance e alla trasformazione sistemica delle imprese. Il suo approccio combina visione strategica, pensiero sistemico e innovazione centrata sulle Persone. Appassionato di vela, cibo & vino, musica, viaggi e delle persone diverse da lui che incontra lungo il cammino.
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