Oltre la “great féminisation”: cosa ci insegna un Navy SEAL sulla leadership che funziona
Nel suo nuovo articolo Atena Manca prende spunto da una masterclass tenuta da Jocko Willink per sottolineare come la leadership efficace, senza distinzione di genere e tutt'altro che morbida, sia composta da una miscela perfetta di competenze tecniche e umane. Detto in altri termini, la nostra contributor dice sì alla fiducia e all'autonomia del team, ma aggiunge un sì anche al rigore e alla disciplina nell'organizzazione del lavoro.
di Atena Manca*

Negli ultimi anni, nel dibattito culturale anglosassone, ha iniziato a circolare una narrazione spesso definita come great féminisation. Attenzione: non è una teoria organizzativa né un modello HR, ma una lettura culturale e politica secondo cui l’ingresso di valori associati all’empatia, alla relazione e alla cura avrebbe reso istituzioni e processi decisionali meno razionali e meno efficaci. È una tesi che nasce fuori dalle aziende, ma che potrebbe finire per influenzarne il linguaggio, soprattutto nei momenti di incertezza, quando la complessità spinge a cercare spiegazioni semplici.
Ho ripensato a questo mentre seguivo una masterclass sulla leadership tenuta da Jocko Willink, ex Navy SEAL. Il pregiudizio iniziale era quello che tutti conosciamo: disciplina ferrea, comando, gerarchia, decisioni rapide. E invece, ascoltando davvero i contenuti, il quadro che emergeva era molto diverso.
Il centro del discorso non era la forza, ma la fiducia. Non il comando, ma la relazione. Non l’eroe solitario, ma la responsabilità condivisa. Si parlava di controllo dell’ego, di ascolto continuo, di allineamento del team, di una leadership che non ha bisogno di imporsi perché costruisce condivisione e chiarezza. Vere e proprie condizioni operative per funzionare sotto pressione.
Quello che colpisce è che questa leadership è tutt’altro che morbida. È estremamente esigente. Ma l’esigenza non passa dall’autoritarismo. Passa dalla chiarezza degli obiettivi, dalla semplicità dei messaggi, dalla capacità di dare autonomia senza perdere responsabilità. Quando qualcosa non funziona, non si cerca il colpevole. Si guarda al sistema.
In questi modelli la competenza del leader non viene mai messa in discussione. È data per acquisita. È il prerequisito minimo, un fattore igienico. Senza competenza non c’è leadership possibile. Ma proprio perché è la soglia di ingresso, non è ciò che fa la differenza. La competenza tecnica, da sola, non genera fiducia, non mobilita le persone, non regge la complessità. È necessaria, ma non motivante.
Questo è il punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico. Le soft skill, da sole, non bastano. Ma non è più sostenibile nemmeno una leadership fondata esclusivamente sulla competenza individuale, priva di dimensione relazionale. Nei sistemi complessi, l’efficacia nasce dall’integrazione.
Se persino in un contesto militare d’élite la relazione è considerata un moltiplicatore di efficacia, allora forse il problema non è l’empatia nelle organizzazioni. Forse il problema è continuare a leggere empatia e rigore come alternative, invece che come competenze complementari.
La leadership che funziona davvero non ha genere. Ha struttura e relazione insieme. Disciplina e fiducia. Competenza e attenzione alle dinamiche umane.
Ed è su questa capacità di tenere insieme elementi diversi che oggi si gioca la vera sfida per chi lavora in ambito HR e leadership.

* Chi è l’autrice
Atena Manca è una professionista con 20 anni di esperienza nel marketing e nella comunicazione. Laureata in Economia per l’Arte e la Cultura all’Università Bocconi e con un Master in Marketing a Publitalia ’80, ha completato di recente il corso Mastering Digital Marketing in an AI World alla London Business School. Creatrice del blog Madonnager.it, Atena condivide riflessioni e consigli (anche quelli non richiesti!) su come bilanciare carriera, maternità e vita personale, sempre con un pizzico di ironia.
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