Prima le persone, poi i programmi: sì alla rivoluzione emotiva nella scuola
Primo dei due articoli che la docente Claudia Bassanini dedica al futuro della scuola, un ecosistema complesso che non dovrebbe mai dimenticarsi di garantire la tutela del benessere emotivo delle persone che la abitano, a partire dagli insegnanti.
di Claudia Bassanini*
Più impresa! Ampliare l’offerta didattica! Attenzione all’Agenda 2030! Ricordatevi l’Educazione Civica e non dimenticate l’Orientamento! I laboratori STEM! La formazione disciplinare! E che la didattica sia laboratoriale!
Quante sollecitazioni alla scuola. Quanti interlocutori che chiedono di entrare nelle classi, tenere laboratori, fare formazione. E poi arriva la burocrazia.

Nella scuola del ventunesimo secolo ce n’è un po’ per tutti i gusti: PTOF, RAV, PDM, PEI, PDP, GLO, GLI. Per gli appassionati di acronimi, di neologismi, di anglicismi, ma anche di Settimana Enigmistica, è una vera cuccagna. Mentre agli altri, ai molti, moltissimi insegnanti, capita che un po’ non ce la facciano, un po’ arranchino, un po’ si voltino dall’altra parte, un po’ rinuncino. Molti aspettano la pensione.
Eppure, qualcuno altrove ha capito che così non può funzionare. Ormai da qualche anno in alcune aziende c’è in atto una grandissima trasformazione: non solo lavoro, ma benessere. Forti di indagini che rimandano un panorama piuttosto sconfortante (solo il 9% degli italiani sul luogo di lavoro raggiunge un benessere fisico, psicologico e relazionale), si è capito che per i lavoratori contano sempre più relazioni positive e trasparenti, riconoscimento, ambienti inclusivi e un sano equilibrio tra lavoro e vita personale. In sintesi, le persone desiderano lavorare bene in un ambiente nel quale si riconoscano e si sentano apprezzate.
Allora, perché non iniziare una rivoluzione copernicana anche nella scuola? Una rivoluzione emotiva! Significa che le persone vengono prima dei programmi. Significa costruire una scuola dove studenti e docenti possano essere fragili, dove chiedere aiuto non sia una debolezza. Dove il benessere emotivo sia la base di tutto, non qualcosa in più. Significa smettere di pensare che basti aggiungere progetti e tecnologia: i problemi sono relazionali ed emotivi, e vanno affrontati così.
La scuola è un sistema complesso che spesso riduciamo a trasmissione di contenuti. Ma la sua vera essenza sono le persone e le relazioni tra loro. Non si tratta di trasformare la scuola in azienda, ma di capire che le persone riescono meglio quando stanno bene emotivamente.
Chi deve star bene perché il sistema funzioni? Tutti: studenti, docenti, personale, dirigenti. Ma oggi parliamo dei docenti e del loro malessere.
I docenti non stanno bene. Quasi la metà (tra il 50% e il 67% secondo diverse ricerche del 2024-2025) è a rischio burnout. L’85% riporta alti livelli di stress, causati da burocrazia soffocante, scarso riconoscimento e relazioni difficili. Il 20% pratica il “presentismo”: lavora anche quando non sta bene. E più di un terzo ha seriamente considerato di abbandonare la professione.
Questi dati sono il sintomo evidente che il problema non sta nelle singole persone, ma nel sistema stesso: una scuola che non crea le condizioni per il benessere di chi la vive ogni giorno non può funzionare, non può educare, non può formare.
Ma da dove cominciare? Innanzitutto, occorre valutare la situazione per quella che è. La scuola deve seguire i cambiamenti della società, non può richiedere ai docenti di essere professionisti a tuttotondo in un sistema che rimane sempre uguale a se stesso.
Partiamo dal concreto: se vogliamo una scuola di qualità, dobbiamo investirci. L’Italia spende meno della media europea per l’istruzione e garantisce ai docenti stipendi tra i più bassi dell’Eurozona.
L’insegnamento è una professione emotivamente impegnativa. I docenti gestiscono pressioni da studenti, famiglie e sistema, affrontano dinamiche di classe complesse, bisogni educativi speciali, conflitti quotidiani. Tutto questo richiede competenze emotive, equilibrio interiore e la capacità di costruire relazioni. Eppure, i docenti si trovano spesso soli di fronte a queste sfide.
Anche qui ci viene in aiuto il mondo del lavoro: alcune aziende hanno capito che per migliorare il benessere servono pochi requisiti essenziali: comunicazione aperta e bidirezionale. Ascolto autentico e supporto psicologico per prevenire il burnout. Un carico di lavoro sostenibile. E soprattutto, riduzione drastica della burocrazia: format, griglie, verbali, moduli che tolgono energie, motivazione, tempo per le relazioni vere.
Facciamo qualche esempio concreto? Prendiamo la disconnessione tecnologica. Gli insegnanti sono raggiunti a tutte le ore da mail dell’istituto, dei genitori, degli studenti. Ragazzini ansiosi che scrivono alle 22:30 per chiedere spiegazioni sulle verifiche del giorno dopo. Mail della dirigenza che arrivano la domenica sera con richieste urgenti per il lunedì mattina.
Il risultato? L’insegnante risponde. Sempre. Perché non rispondere significa sentirsi in colpa, inadeguato. Ma rispondere significa non staccare mai, portarsi il lavoro a letto, rinunciare al proprio tempo personale. Il confine tra vita privata e lavoro si dissolve completamente, e con esso il benessere.
Altro esempio: l’abbandono dei neo-insegnanti. I neo-insegnanti vengono inseriti nelle classi senza il supporto di alcun collega. Le insidie sono tante: burocratiche, didattiche, pedagogiche, relazionali. Il primo giorno ti consegnano le credenziali, ti indicano l’aula, ti augurano buona fortuna. E poi sei solo. Solo con trenta adolescenti, solo davanti a genitori che pretendono spiegazioni, solo di fronte a moduli incomprensibili.
Il neo-insegnante impara tutto sul campo, commettendo errori che nessuno gli ha insegnato a evitare, sviluppando un senso crescente di inadeguatezza e frustrazione. E quando qualcuno gli chiede «come va?», risponde «bene», perché ammettere di essere in difficoltà sembra un fallimento personale, non la conseguenza di un sistema che non forma e non sostiene.
O ancora: la pressione lavorativa che non dà scampo. Il lavoro del docente non finisce mai. Ci sono le ore in classe, ma poi c’è tutto il resto: preparazione delle lezioni, correzione di compiti, riunioni, dialogo con le famiglie, confronto con gli esperti, formazione continua obbligatoria da fare nel tempo libero. Nove mesi di lavoro continuo e minuzioso, senza pause vere. La pressione è fisica e soprattutto psicologica: la sensazione di non fare mai abbastanza, di non potersi mai permettere un momento di stacco senza sensi di colpa.
Il risultato è la stanchezza cronica, l’esaurimento emotivo, la perdita di quell’entusiasmo con cui si era entrati in aula il primo giorno.
I docenti dovrebbero essere formati seriamente alle competenze relazionali ed emotive: saper ascoltare attivamente, riconoscere i segnali di disagio, comunicare con assertività ed empatia. Non si tratta di trasformarli in psicologi, ma di dare loro strumenti per costruire relazioni autentiche. Si tratta, soprattutto, di ascoltarli davvero.
Cosa si può fare concretamente? Servono maggiori investimenti per rendere le scuole luoghi sicuri e accoglienti. In Italia il 90% degli edifici scolastici non è completamente a norma. Serve migliorare la situazione economica degli insegnanti: lo stipendio medio annuo di un docente di ruolo si aggira intorno ai 32 mila euro, ben al di sotto della media europea. Un precario ne guadagna circa 25 mila.
In secondo luogo, sì al supporto psicologico, ossi alla presenza di equipe di professionisti che assicurino ai docenti sostegno, coaching, aiuto nella gestione dello stress, sportelli di ascolto. Cicli di formazione sulle competenze relazionali e sulla risoluzione dei conflitti.
Terzo aspetto, come accennavo prima, urge una drastica riduzione della burocrazia. Semplificare significa restituire ai docenti tempo ed energie per ciò che conta davvero: stare con gli studenti, preparare lezioni significative, costruire relazioni.
Quarto punto è la reale presa in carico dei neo-insegnanti. Affiancamento, mentori esperti, formazione continua. Chiedere aiuto non è un fallimento ma un segno di professionalità.
La rivoluzione emotiva non è un’opzione, ma una necessità. Perché solo costruendo un sistema che accoglie le difficoltà invece di nasconderle, che sostiene invece di isolare, che forma invece di abbandonare, i docenti potranno insegnare con serenità. E solo docenti sereni possono trasmettere fiducia, speranza, passione per la conoscenza.
E gli studenti? Il loro benessere merita un’analisi altrettanto approfondita. Ne parleremo nel prossimo articolo.
La scuola appartiene a tutti e tutti siamo chiamati a renderla un posto migliore. Non è semplice. Ma continuare sulla strada attuale significa condannare intere generazioni a subire la scuola anziché viverla. E una scuola subita non educa nessuno.

*Chi è l’autrice
Claudia Bassanini è un’insegnante con una ventennale esperienza in scuole ad alta complessità. Il suo approccio educativo è centrato sulla crescita personale e sulla valorizzazione delle capacità individuali, attraverso la costruzione di relazioni positive e personalizzate. Convinta che la famiglia e il contesto siano radice, sostegno e trampolino di lancio nella storia di ciascuno, utilizza una metodologia sistemica che tenga conto delle esigenze del singolo alunno, delle peculiarità familiari, delle possibilità della scuola e delle aspettative del mondo che accoglierà i ragazzi alla fine degli studi.
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