Gratitudine al lavoro: un valore da mantenere, senza paura di chiedere di più

Nel suo nuovo articolo Atena Manca riflette sulla differenza che corre tra l'essere davvero soddisfatti della propria vita professionale, nonostante le normali difficoltà quotidiane, e il ridimensionamento progressivo delle ambizioni più grandi in nome di un presunto superiore sentimento di riconoscenza verso il datore di lavoro

di Atena Manca*

«Chi si accontenta gode».
È una frase che conosciamo tutti. E in parte è vera. Essere grati per ciò che si ha è uno dei modi più semplici per sentirsi bene, per restare centrati, per non vivere in una costante frustrazione. Il problema nasce quando la gratitudine smette di essere un sentimento e diventa una regola. Quando non è più una scelta personale, ma un codice implicito che orienta comportamenti, silenzi e rinunce, soprattutto nei contesti di lavoro.

Nelle organizzazioni la gratitudine assume spesso una forma molto educata, apparentemente innocua. È quella che porta a dirsi «non mi posso lamentare», «in fondo ho già tanto», «almeno il capo non urla», «non è il lavoro dei miei sogni, ma almeno è sicuro». È una gratitudine tranquilla, composta, socialmente apprezzata. Una gratitudine che tiene le persone gentili, collaborative, riconoscenti. Sempre.

Il punto è che questa gratitudine, quando diventa stabile, inizia a funzionare come un freno. Non blocca con violenza, non genera conflitto, non fa rumore. Agisce in modo silenzioso, abbassando l’asticella delle aspettative, normalizzando contesti mediocri, rendendo accettabile ciò che in realtà non lo è. La parola «almeno» ne è il segnale più chiaro. È la forma più elegante dell’accontentarsi. E nessuna storia davvero brillante è mai iniziata con «almeno».

Dal punto di vista HR questa dinamica è tutt’altro che marginale. La gratitudine normativa produce persone che chiedono poco, che negoziano meno, che evitano di esporsi. Magari hanno ambizione o visione, ma hanno interiorizzato l’idea che chiedere di più significhi essere ingrati. Più grate, meno visibili. Più affidabili, meno ascoltate. Più presenti, meno riconosciute.

Questo meccanismo colpisce in modo particolare le donne, che più spesso evitano di chiedere aumenti, nuove responsabilità o cambi di ruolo per timore di rompere un equilibrio o di sembrare poco riconoscenti. Le aziende che non leggono questo fenomeno rischiano di perdere valore proprio dove pensano di aver trovato stabilità.

La gratitudine, però, non è il nemico. Il problema non è essere grati, ma pensare che la gratitudine debba escludere l’ambizione, il desiderio di crescere, la possibilità di cambiare. Possiamo essere grate e stanche. Grate e insoddisfatte. Grate e pronte a spostare l’asticella, anche solo di un millimetro. La gratitudine può essere un punto di partenza sano, non un freno a mano tirato.

Qui il ruolo di HR e della leadership diventa cruciale. Non nel promuovere un generico “essere riconoscenti”, ma nel creare contesti in cui sia legittimo dire grazie senza smettere di chiedere di più. Dove il silenzio non venga automaticamente letto come consenso. Dove l’adattamento non venga scambiato per engagement. Dove la tranquillità non sia confusa con benessere.

Forse la domanda più scomoda, ma anche più utile, è questa: le persone restano perché stanno bene o perché si sono convinte che «va bene così»? La differenza è sottile solo in apparenza. In realtà è lì che si gioca la qualità profonda di una cultura organizzativa.

La gratitudine è un valore potente. Ma quando diventa una trappola, smette di generare felicità e inizia a produrre invisibilità. E nessuna organizzazione può permettersi di perdere il talento delle persone più grate, solo perché non hanno imparato a chiedere.

* Chi è l’autrice
Atena Manca è una professionista con 20 anni di esperienza nel marketing e nella comunicazione. Laureata in Economia per l’Arte e la Cultura all’Università Bocconi e con un Master in Marketing a Publitalia ’80, ha completato di recente il corso Mastering Digital Marketing in an AI World alla London Business School. Creatrice del blog Madonnager.it, Atena condivide riflessioni e consigli (anche quelli non richiesti!) su come bilanciare carriera, maternità e vita personale, sempre con un pizzico di ironia.

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