Small talk sul posto di lavoro: soft skill strategica o perdita di tempo?
Una ricerca di Babbel for Business, realizzata con l’istituto Censuswide, approfondisce la percezione degli italiani sulle chiacchiere informali in contesti professionali: per Gen Z e Millennial alleggeriscono le tensioni in ufficio
Le chiacchiere in ufficio? Piacciono alla GenZ perché favoriscono le relazioni alleggerendo lo stress. Lo sostiene una ricerca curata per Babbel for Business da Censuswide, che ha definito lo small talk come una vera e propria soft skill strategica sulla quale le aziende farebbero bene ad investire sempre di più.

Condotta su un campione rappresentativo a livello nazionale di mille rispondenti italiani maggiorenni nel mese di giugno 2025, la ricerca sostiene che le chiacchiere leggere e informali sul posto di lavoro siano gradite a quasi otto italiani su dieci (pari al 77% degli intervistati), con una lieve prevalenza della componente maschile (79%) rispetto a quella femminile (75%).
L’analisi rivela però anche un disallineamento generazionale nell’approccio e nella percezione a questa pratica comunicativa. Ad amare lo small talk, come si diceva, è soprattutto la Generazione Z, che lo pratica nella quasi totalità del campione, vedendolo però ben più che come un semplice passatempo. Ben sei intervistati su dieci (60%) di questa fascia anagrafica concordano infatti nel definirlo una skill imprescindibile per l’espansione del proprio network professionale. Questo tipo di visione visione contrasta profondamente con quella nutrita dalle generazioni più senior, che invece si dedicano alle conversazioni informali in circa il 60% delle persone intervistate di questa fascia d’età.
Nonostante il generale apprezzamento per i benefici relazionali, il 37% degli italiani ritiene tuttavia che questa tipologia di scambi sul lavoro potrebbe comunque comportare una perdita di tempo in luogo di attività più produttive, mentre il 34% segnala la superficialità intrinseca dello small talk.
Per il 61% dei Millennial intervistati, però, le chiacchiere al lavoro sarebbero comunque essenziali per promuovere un’atmosfera lavorativa positiva e inclusiva. Inoltre, più della metà dei rispondenti di questa generazione (55%) trova più naturale e semplice impegnarsi in questa tipologia di dialogo in un contesto professionale piuttosto che privato, evidenziando la propria capacità di utilizzare la conversazione come strumento di integrazione e facilitazione lavorativa.
Un aspetto trasversale a Millennial e Gen Z è inoltre il ruolo dello small talk nell’alleggerire le tensioni: il 60% riconosce che queste interazioni contribuiscono a ridurre le tensioni e ad attenuare l’impatto di riunioni o sessioni di lavoro particolarmente intense.
Trasformare lo small talk in una vera e propria competenza relazionale su cui investire è in definitiva una buona idea. Lo ribadisce Maren Pauli Capo della Didattica di Babbel for Business, che ne sottolinea l’evoluzione ben oltre le informazioni con i colleghi sul meteo: «Le organizzazioni che investono in queste competenze migliorano la qualità del lavoro di squadra e la capacità dei propri talenti di muoversi in ecosistemi globali e linguistici complessi».
Sulla percezione delle potenzialità professionali dello small talk gioca poi un ruolo molto importante la provenienza geografica e culturale dei lavoratori. In Germania, ad esempio, prevale una comunicazione più diretta e le conversazioni informali non strettamente legate all’ambito lavorativo vengono talvolta avvertite con maggiore scetticismo.
Al contrario, in Paesi come Stati Uniti e Regno Unito, il dialogo informale è tradizionalmente più integrato nella fase iniziale di un rapporto professionale. Per quanto riguarda culture come quella giapponese, invece, le interazioni sono strettamente regolate dalla gerarchia e dall’armonia (“wa”), e l’informalità deve essere gestita con estrema cautela per non violare il codice di condotta.
Babbel for Business sottolinea quindi come questo tipo di eterogeneità sopra illustrata comporti un investimento nella conoscenza delle lingue straniere che vada ben oltre la grammatica, per focalizzarsi invece sulla padronanza dei registri comunicativi informali, essenziali per un networking efficace a livello internazionale.
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