Sei pratiche per affrontare un licenziamento, ritrovando se stessi

Nel suo nuovo articolo la nostra contributor Gaia Elisa Rossi suggerisce alcuni metodi concreti per superare lo shock emotivo che subiamo quando perdiamo la nostra routine lavorativa. Su tutti, occorre uscire dalla trappola del "sono io il problema"

di Gaia Elisa Rossi*

Un attimo prima hai una routine, una direzione, un ruolo; un attimo dopo tutto è finito. Perdere il lavoro è uno shock emotivo prima ancora che professionale. Di solito, ci si concentra allora sulla gestione finanziaria o sul trovare subito una nuova posizione lavorativa, ragionevolmente. Tuttavia, anche la dimensione psicologica ha una sua rilevanza.

La perdita del lavoro ha un impatto simile a un lutto: tocca identità, sicurezza, relazioni, autostima. E ignorare questa dimensione rischia di rendere più difficile proprio ciò che vogliamo accelerare: il ritorno alla stabilità.
Queste sono strategie pratiche per affrontare questo momento complesso con maggiori strumenti.

Per prima cosa, occorre dare un nome al terremoto emotivo che stai vivendo.
Quando perdi il lavoro, infatti, non perdi solo uno stipendio. Perdi routine, colleghi, un pezzo di identità sociale. È normale provare paura, rabbia, vergogna, senso di fallimento. Ed è ancor più normale cercare di stringere i denti e buttarsi a capofitto in candidature e colloqui.
Tuttavia, la nostra mente non funziona a compartimenti stagni. Ignorare le emozioni non le spegne: le manda in sottofondo, dove però queste continuano a drenare energia e lucidità.
Dare un nome alle proprie emozioni, dicevamo, aiuta:
«Sono spaventata/o», «Sono arrabbiata/o», «Mi sento persa/o».

Sono gesti semplici, ma rappresentano è uno dei modi più rapidi per riportare il sistema nervoso a uno stato di chiarezza. Le ricerche mostrano infatti che dare un nome alle nostre emozioni riduce l’attività dell’amigdala, il centro emotivo del cervello. Quando identifichiamo ciò che proviamo attivando la corteccia prefrontale, l’area legata al pensiero e alla regolazione cognitiva, la parte emotiva non deve più lavorare da sola né così intensamente.
In altre parole: se l’attivazione rimane confinata nel circuito emotivo del cervello, ci è difficile intervenire su ciò che sentiamo. Ma se coinvolgiamo anche le aree cognitive, possiamo iniziare a elaborare l’esperienza in modo più lucido e costruttivo.

Una seconda pratica utile è ritrovare sicurezza prima di adottare una nuova strategia.
Molti cercano immediatamente di rimettersi in gioco. Ma la prima domanda da farsi non è tanto quale sia il prossimo passo nella propria carriera, ma se si sia abbastanza stabili per pensarci.
Stabilità significa tre cose: avere un quadro realistico delle proprie risorse (risparmi, tempistiche, eventuali supporti economici); ridurre il rumore mentale, costruendo una routine minima; sapere a chi chiedere supporto se arriva un momento di crisi.
Non è una perdita di tempo: è un investimento. Una mente che si sente al sicuro vede soluzioni che prima non riusciva nemmeno a immaginare.

Terza pratica possibile è liberarsi dalla trappola del “sono io il problema”.
Viviamo in una cultura che lega valore personale e posizione lavorativa. Quando un contratto finisce, è facile che finiscano in crisi anche stima di sé e senso di competenza.
Qui è utile un cambio di prospettiva: la perdita del lavoro è un evento, non un giudizio. Le dinamiche economiche, i cicli del mercato, l’età, il settore, le ristrutturazioni aziendali, i tagli… sono tutte variabili che sfuggono al controllo del singolo, ma che pesano sull’esito finale.
Riconoscerlo non significa negare quanto accaduto o le responsabilità personali, ma rimettere le cose nella loro giusta cornice. L’autocolpevolizzazione non è mai una strategia di crescita: è una scorciatoia verso possibili dinamiche legate ad ansia e depressione.
Ti suggerisco un esercizio: scrivi tre qualità professionali che avevi prima dell’ultimo lavoro. Sono ancora lì. Nessuno può privarti di esse.

Quarta pratica è allenare la gratitudine, senza forzarsi a essere ottimisti.
Quando tutto sembra crollare, l’idea di essere grati può sembrare quasi fuori luogo. Ma la gratitudine non è un’operazione di trucco emotivo: è un ancoraggio.
Individua una o due cose concrete che in questo momento funzionano: uno spazio tuo, una persona che ti sostiene, un’abitudine che ti fa stare bene. Non serve essere felici per quello che stai vivendo: basta ricordare che il terreno sotto i tuoi piedi non è completamente crollato.
La gratitudine è fondamentale in quanto tende a riequilibrare il sistema attentivo: invece di fissarsi solo su ciò che manca, la mente recupera ciò che resta. Questo genera motivazione, non passività.

Quinta pratica è mappare la propria rete emotiva.
In una fase di vulnerabilità, non tutte le persone sono d’aiuto allo stesso modo. Alcune rassicurano, altre confondono, altre giudicano senza volerlo.
Un esercizio utile è creare una piccola mappa delle relazioni: cerchi concentrici in cui inserire al centro le persone che ti sostengono davvero (quelle con cui puoi essere sincero, che non minimizzano, non giudicano).
Nel cerchio più esterno, invece, poni le persone che, almeno per ora, potrebbe essere meglio frequentare meno: quelle che attivano ansia, confronto, pressione sociale.
Avere chiaro chi fa parte del proprio inner circle permette di chiedere aiuto meglio e sentirsi meno soli. Ci si può anche unire a gruppi che offrono supporto o si può intraprendere un percorso psicologico: non è un segno di debolezza, ma costituisce un sostegno importante.

Sesta e ultima pratica è riprendere il movimento, senza correre.
Quando la nebbia emotiva inizia a diradarsi, è il momento di rimettersi in cammino. Il ritorno alla progettualità è graduale. La spinta nasce dal sentirsi di nuovo efficaci, anche in piccoli passi.

Buone Epifanie a tutti noi.

*Chi è l’autrice

Gaia Elisa Rossi è una psicologa clinica specializzata nella gestione dell’ansia e dello stress. Appassionata di prestigiazione fin da bambina, ha calcato palcoscenici internazionali arrivando a rappresentare l’Italia come finalista ai campionati europei e mondiali di magia. L’esperienza nel mondo dello spettacolo arricchisce la sua pratica clinica nella gestione delle emozioni e dello stress, offrendo un approccio fortemente concreto che le permette di comprendere e supportare al meglio i pazienti. È inoltre attiva in progetti di divulgazione che intrecciano psicologia e magia, sia per il pubblico italiano sia per quello internazionale.

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